L’Italia ha approvato il nuovo nucleare “sostenibile”. Ma la strada è ancora lunga

Via libera definitivo alla legge delega, ma i primi reattori modulari di piccole dimensioni arriveranno dopo il 2030.

Aggiornamento del 23 settembre 2026. 

L’Italia dà il via libera all’energia nucleare: il Senato ha approvato definitivamente la legge di delega al governo in materia di “energia nucleare sostenibile” (questo il nome ufficiale del documento) che prevede la realizzazione reattori modulari di piccole dimensioni (il cosiddetto nucleare di terza generazione): i primi arriveranno tra una decina di anni. Previsto anche lo sviluppo del nucleare da fusione, del quale però si parlerà forse dopo il 2040. I voti a favore in Senato sono stati 81, i contrari 51, gli astenuti 7. Secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, “il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo. L’Italia avrà più energia per famiglie e imprese. È la direzione che stanno prendendo i principali Paesi del mondo”. Adesso il prossimo obiettivo del governo è redigere i decreti attuativi per applicare concretamente la legge. “Lo faremo, di sicuro, entro fine anno”. Permangono, però, forti dubbi tanto nelle opposizioni politiche quanto tra l’associazionismo, che avrebbero preferito che gli sforzi e le risorse economiche si fossero concentrati soprattutto sullo sviluppo delle energie di tipo rinnovabile.

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Articolo del 4 giugno 2026.

Il ritorno dell’energia nucleare in Italia, da oggi, è un po’ più vicino. Anche se non di molto, visto che le nuove tecnologie su cui dovrebbe basarsi sono ancora, bene che vada, in fase sperimentale, quando non completamente sulla carta. La Camera dei Deputati ha dato infatti il via libera in prima lettura al disegno di legge sul cosiddetto nucleare sostenibile, che riporterebbe l’atomo nella strategia energetica nazionale: nessuna grande centrale all’orizzonte, come quelle lascito dell’esperienza degli anni 80, ma piccoli reattori modulari (nucleare di terza generazione) e fusione nucleare (quarta generazione). Tra promesse di decarbonizzazione e domande irrisolte sulle scorie, però, il dibattito è appena cominciato, anche perché il disegno di legge traccia solo una cornice, delegando il governo a costruire entro un anno l’intero quadro normativo del settore: dalla sperimentazione alla localizzazione degli impianti, dalla gestione dei rifiuti radioattivi alla ricerca sulla fusione.

L’Italia punta in particolare sugli small modular reactors (Smr), i piccoli reattori modulari considerati più flessibili, più sicuri e più rapidi da costruire rispetto ai grandi impianti della generazione precedente. Sul tavolo anche la ricerca sulla fusione nucleare, ancora lontana dall’applicazione commerciale su larga scala. Secondo le stime del governo, i primi Smr potrebbero diventare disponibili nel prossimo decennio (“tra il 2034 e il 2035 – spiega il ministro della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – ma su queste cose la ricerca spesso vede accelerazioni improvvise”), mentre i reattori di quarta generazione non sono attesi prima del 2040.

Per quelle date il nucleare dovrebbe entrare nel mix energetico italiano per contribuire alla strategia europea di decarbonizzazione e neutralità climatica al 2050. Ma le cifre restano vaghe. Nel Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), la quota di nucleare nel mix energetico futuro viene stimata tra l’11 e il 22 per cento: “una forbice molto larga”, ha ammesso lo stesso ministro. Anche il numero degli impianti è ancora indefinito. “Sono fermamente convinto del futuro di questo percorso, ma se fra dieci anni ci sarà una tecnologia più conveniente, neutra e pulita, sarò il primo a cambiare idea”, ha dichiarato Pichetto in conferenza stampa dopo il voto.

Il nodo irrisolto delle scorie

Tra i capitoli più delicati del testo c’è quello sui rifiuti radioattivi. Il ddl introduce la possibilità di autocandidature volontarie per i territori interessati a ospitare impianti e siti di stoccaggio, con nuovi passaggi di valutazione ambientale strategica. È un tentativo di sbloccare uno stallo che dura da decenni sul deposito nazionale unico, ricorrendo a meccanismi di adesione spontanea piuttosto che a imposizioni dall’alto.

Le opposizioni hanno contestato con forza il provvedimento, sostenendo che le risorse andrebbero concentrate sulle energie rinnovabili, più mature tecnologicamente e già competitive sul mercato. Ma la discussione alla Camera ha sollevato un altro tema specifico e controverso: la bocciatura di un emendamento che avrebbe impegnato il governo a vietare esplicitamente l’uso del nucleare per scopi militari, sia nella ricerca che nelle applicazioni. Solo una bocciatura tecnica, spiega il ministero, dovuto al fatto che saranno i decreti attuativi che arriveranno in seguito a definire i limiti di azione: ma coi tempi che corrono, qualche preoccupazione rimane.

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