Un passo verso il “nucleare sostenibile” in Italia. Ma la strada è ancora lunga

Primo ok alle legge delega, ma i primi reattori modulari di piccole dimensioni arriveranno tra 10 anni. E per la fusione se ne parla dopo il 2040.

Il ritorno dell’energia nucleare in Italia, da oggi, è un po’ più vicino. Anche se non di molto, visto che le nuove tecnologie su cui dovrebbe basarsi sono ancora, bene che vada, in fase sperimentale, quando non completamente sulla carta. La Camera dei Deputati ha dato infatti il via libera in prima lettura al disegno di legge sul cosiddetto nucleare sostenibile, che riporterebbe l’atomo nella strategia energetica nazionale: nessuna grande centrale all’orizzonte, come quelle lascito dell’esperienza degli anni 80, ma piccoli reattori modulari (nucleare di terza generazione) e fusione nucleare (quarta generazione). Tra promesse di decarbonizzazione e domande irrisolte sulle scorie, però, il dibattito è appena cominciato, anche perché il disegno di legge traccia solo una cornice, delegando il governo a costruire entro un anno l’intero quadro normativo del settore: dalla sperimentazione alla localizzazione degli impianti, dalla gestione dei rifiuti radioattivi alla ricerca sulla fusione.

L’Italia punta in particolare sugli small modular reactors (Smr), i piccoli reattori modulari considerati più flessibili, più sicuri e più rapidi da costruire rispetto ai grandi impianti della generazione precedente. Sul tavolo anche la ricerca sulla fusione nucleare, ancora lontana dall’applicazione commerciale su larga scala. Secondo le stime del governo, i primi Smr potrebbero diventare disponibili nel prossimo decennio (“tra il 2034 e il 2035 – spiega il ministro della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – ma su queste cose la ricerca spesso vede accelerazioni improvvise”), mentre i reattori di quarta generazione non sono attesi prima del 2040.

Per quelle date il nucleare dovrebbe entrare nel mix energetico italiano per contribuire alla strategia europea di decarbonizzazione e neutralità climatica al 2050. Ma le cifre restano vaghe. Nel Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), la quota di nucleare nel mix energetico futuro viene stimata tra l’11 e il 22 per cento: “una forbice molto larga”, ha ammesso lo stesso ministro. Anche il numero degli impianti è ancora indefinito. “Sono fermamente convinto del futuro di questo percorso, ma se fra dieci anni ci sarà una tecnologia più conveniente, neutra e pulita, sarò il primo a cambiare idea”, ha dichiarato Pichetto in conferenza stampa dopo il voto.

Il nodo irrisolto delle scorie

Tra i capitoli più delicati del testo c’è quello sui rifiuti radioattivi. Il ddl introduce la possibilità di autocandidature volontarie per i territori interessati a ospitare impianti e siti di stoccaggio, con nuovi passaggi di valutazione ambientale strategica. È un tentativo di sbloccare uno stallo che dura da decenni sul deposito nazionale unico, ricorrendo a meccanismi di adesione spontanea piuttosto che a imposizioni dall’alto.

Le opposizioni hanno contestato con forza il provvedimento, sostenendo che le risorse andrebbero concentrate sulle energie rinnovabili, più mature tecnologicamente e già competitive sul mercato. Ma la discussione alla Camera ha sollevato un altro tema specifico e controverso: la bocciatura di un emendamento che avrebbe impegnato il governo a vietare esplicitamente l’uso del nucleare per scopi militari, sia nella ricerca che nelle applicazioni. Solo una bocciatura tecnica, spiega il ministero, dovuto al fatto che saranno i decreti attuativi che arriveranno in seguito a definire i limiti di azione: ma coi tempi che corrono, qualche preoccupazione rimane.

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