Due termini correlati che esprimono concetti leggermente diversi. Abbiamo chiesto aiuto a Vidas per capire.
Dal 2006 l’hospice milanese Casa Vidas ha accolto quasi 9mila persone, offrendo cure gratuite e un’attenzione ai desideri di ciascuno.
Il 21 luglio 2006, in via Ojetti a Milano, Casa Vidas apriva le porte alla sua prima paziente: una donna di 86 anni, malata di Sla, sola. Appena arrivata chiese un bicchiere di Bonarda. Le venne portato. È un episodio piccolo, quasi aneddotico, ma racconta bene lo spirito che da vent’anni guida l’hospice milanese: prendersi cura delle persone senza mai perdere di vista i loro desideri, anche i più semplici.
Da allora Casa Vidas ha accolto 8.939 persone, con un’età media di 77 anni. Se in origine erano soprattutto i malati oncologici a varcarne la soglia, negli ultimi anni è cresciuta la quota di chi arriva con patologie croniche gravi e degenerative: oggi i pazienti adulti non oncologici rappresentano circa il 30 per cento del totale, spesso con percorsi di cura più lunghi e bisogni più articolati. Un cambiamento che riflette, da vicino, l’invecchiamento della popolazione. L’accoglienza, in ogni caso, non ha mai avuto un costo per pazienti e famiglie, anche grazie al contributo del Servizio sanitario nazionale.
La storia di Casa Vidas comincia molto prima del 2006. Affonda le radici nel 1982, quando Giovanna Cavazzoni fonda Vidas e avvia a Milano l’assistenza domiciliare ai malati inguaribili. È in quelle case che prende forma un modello di cure palliative fatto di presa in carico globale, con medici, infermieri, volontari, ma anche psicologi, assistenti sociali e fisioterapisti.
Con il tempo emerge però un limite: non tutti possono essere assistiti fino alla fine tra le mura domestiche. In una città come Milano, dove solitudine e nuclei familiari sempre più piccoli si fanno sentire, diventa chiaro che serve anche una struttura residenziale. Nasce così l’idea di un hospice.
Il Comune di Milano concede a Vidas il terreno di via Ojetti nel 2002, e per costruirlo l’associazione sceglie di rinunciare ai contributi pubblici e lanciare una raccolta fondi. Rispondono migliaia di cittadini, aziende, personalità della cultura, dello sport e dello spettacolo — da Franco Baresi a Carla Fracci, da Mariangela Melato a Beppe Severgnini. Sergio Muñiz decide perfino di destinare a Casa Vidas la vincita ottenuta all’Isola dei Famosi. Un hospice, si può dire, costruito dalla comunità per la comunità.
Le 20 camere singole di Casa Vidas hanno tutte un bagno privato e lo spazio per accogliere un familiare anche di notte. L’edificio si sviluppa in due ali che convergono verso un grande lucernario centrale, quasi un abbraccio. Ovunque, anche nei terrazzi e negli spazi comuni, ci si può muovere con il letto. Tra i dettagli più amati, una vasca da bagno con sollevatore che permette anche a chi è completamente immobilizzato di tornare a immergersi in acqua, in molti casi per la prima volta dopo moltissimo tempo.
In vent’anni, tra quelle mura, sono passati compleanni, matrimoni, battesimi. Nel 2016 Margherita, maestra di 53 anni, è stata protagonista della prima unione civile celebrata a Milano. E poi c’è Trilly, il pony che da anni passeggia nei corridoi per la pet therapy insieme a cani, porcellini d’India e galline — e che sta lentamente lasciando il testimone alla collega Dolly. Proprio Trilly è al centro di uno degli aneddoti più ricordati. Una paziente ne parlò al telefono alla figlia, che attribuì quel racconto alla malattia. Solo arrivando in hospice scoprì che non si trattava affatto di un equivoco: nei corridoi di Casa Vidas passeggiava davvero una cavallina!
Per festeggiarne il ventesimo compleanno, la storica pasticceria milanese Martesana, da anni vicina all’organizzazione, ha donato all’hospice la torta dell’anniversario: la premiata Dolce Sinfonia, con bavarese alla nocciola e mousse al cioccolato fondente. Un modo semplice per ricordare che, in fondo, la storia di Casa Vidas è ancora quella di sempre: una città che si prende cura di chi ne ha più bisogno.
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