Skin sulla pelle

Skin, inimitabile voce degli Skunk Anansie, intervistata dai microfoni di LifeGate Radio.

Intervista a Skin, voce degli Skunk Anansie.

 

Parliamo dell’idea del titolo “Fake Chemical State”:
fondamentalmente la società è dipendente da stati di
alterazione della coscienza raggiunti in diversi modi. Come ti
è venuta l’idea?

Ero a Ibiza e stavo pensando”come potrei chiamare il mio
album?”. All’inizio avevo pensato a “37 days”, perché
abbiamo impiegato 37 giorni a registrarlo. Poi, mentre stavo
suonando, un ragazzo si è diretto verso la console, urtando
i miei dischi e io ho urlato “Ehi uomo! Attento, sei in uno stato
chimico!” e avevo messo un pezzo dei “Chemical Brothers”…
tutto tornava. Poi, ripensandoci, mi sono detta che non era niente
male, davvero! Ed è successo così, che quest’idea mi
si è stampata in testa, l’ho scritta sulla copertina degli
appunti del disco ed è rimasta lì. In effetti
esistono diversi modi in cui le persone possono leggere questa
cosa, come ci sono posizioni politiche differenti che riguardano il
vero significato di “stato di alterazione chimica”.

 

Pensi che sia più problematico che i giovani
possano assumere droghe sintetiche nei locali o ad esempio, come
accade negli Stati Uniti e in altri paesi europei, che a 12, 13
anni gli vengano prescritti psicofarmaci?

Ma, sinceramente, qual è la differenza? Il fatto di
essere troppo liberi di trovare nelle droghe la soluzione per
qualsiasi cosa: a volte perché siamo pigri e la prendiamo
per concentrarci, a volte per divertirsi… È
interessante vedere quanta ce n’è nella nostra
società, nella vita di tutti i giorni; e non sono neanche
particolarmente sicura di quale sia la differenza tra ecstasy,
cocaina, droghe sintetiche, Prozac o cose del genere. Per me quello
che ti prescrivono alle volte è anche peggio. Non ho una
posizione definita, trovo solo interessante partecipare al
dibattito, perché in fondo questa realtà ci circonda:
le droghe per divertirsi sono qui fuori, così come i farmaci
che ti prescrivono; tutti ne siamo in qualche modo coinvolti, io
compresa. Chiunque prende una pastiglia per il mal di testa lo
è.

 

Ritornando invece alla musica. Gli Skunk Anansie hanno
composto pezzi rock e punk mentre il brit-pop era al suo massimo.
È stato un successo incredibile. Con il tuo album da solista
hai riscoperto questo lato duro o è riemerso mentre facevi i
tuoi nuovi dj set?

“Fleshwounds” era un disco molto cupo, perché quello
era l’umore del momento, dovuto soprattutto alla rottura degli
Skunk Anansie e alla fine di un legame per me molto importante. Mi
sentivo negativa, chiusa, amareggiata e questo stato d’animo ha
influenzato l’album, che se avesse avuto un colore sarebbe stato il
blu.

Sicuramente c’era anche una ricerca di me stessa e dei miei
suoni e mi sono concentrata unicamente sui testi delle mie canzoni,
perché era tutto quello in cui volevo essere migliore, che
è ciò che poi è risultato. Questo disco
è molto più comunicativo, più vivace e
contiene molti spunti che ho preso suonando in dj-set o sentiti in
discoteca. Le nuove canzoni trasudano energia, sono brillanti,
coinvolgono. Ha subito l’influenza di nuovi suoni, preferisco
assorbire più dalla cultura contemporanea che da quella
precedente.

 

Hai lavorato con il produttore degli Strokes, Gorden
Raphael. Come è andata?

L’idea era di andare da Gordon con il materiale che avevo
preparato sperando che mi dicesse: “È fantastico, devi solo
fare così, così e così” e non “Sì,
bello… ma questo potresti sistemarlo così…” e
via dicendo. Lui mi ha detto: “È splendido così
com’è” anche perché non mi aveva mai sentita.

 

Puoi raccontarci qualcosa su “Just let the sun” e
“Purple”, due pezzi tratti dal tuo nuovo disco che hai deciso di
suonare qui con noi oggi? Come ti sono venuti in
mente?

“Just let the sun” è stato scritto come se mi
rivolgessi a un’ipotetica sorella, che ti rassicura e ti dice che
tutto andrà per il meglio, perché ce l’hai messa
tutta e tu sei contento per ciò che hai fatto e del tuo
risultato. “Purple” è un brano molto più cupo,
più dark, più profondo. Parla dell’amore che a volte
può imbarazzare, al punto da sfigurare, deformare. Quando si
ama molto qualcuno, l’ossessione per la persona amata ti trascina
in situazioni davvero sgradevoli, luoghi in cui non vorresti
essere. E questa canzone racconta questo stato d’animo e il viola
credo sia il colore che meglio lo rappresenta.

 

Raccontaci qualcosa riguardo alla tua esperienza con
la band italiana Marlene Kunz. Eri presente alla prima uscita del
loro album con “La canzone che scrivo per te” e ora hanno lavorato
con te per “Take me on”.

Sì, loro hanno avuto un incredibile successo in Italia
con quella canzone e per moltissime settimane sono stati tra i
primi in classifica, la canzone è splendida e ciò
significa che ora sono pronti a godersi il successo a un livello
così alto…

Ho pensato che i Marlene Kunz sarebbero stati fantastici, li
ho chiamati e ho chiesto: “Potete venire quì domani?”

Abbiamo provato il pezzo in un giorno, il giorno dopo abbiamo
registrato e la sera ci siamo ubriacati. Siamo andati prima a cena
fuori e poi in un locale gay a Hoxton (quartiere a est del centro
di Londra), dove ci sono molti posti carini. Tutti i miei amici gay
mi chiedevano: “Chi sono i tuoi amici? Chi sono i tuoi amici?” Tre
ore dopo erano in mezzo alla pista a saltare per tutta la
discoteca… È stato divertente… Anche se li ho
lasciati lì!

 

Ah, allora non sai cos’è successo ai Marlene
Kunz?

Mi hanno chiamato il giorno dopo a mezzogiorno, prima di
ripartire, dicendo che avevano passato una bella serata.

 

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