Visto da noi: Kings Of Leon

L’unica e attesa data italiana dei Kings Of Leon è la dimostrazione efficiente di come il gruppo del Tennessee abbia conquistato anche nel nostro paese una solida fan base: un Futurshow Station pieno per oltre tre quarti accoglie il gruppo con travolgente entusiasmo e partecipazione. Poche note del brano di apertura Crawl sono sufficienti a

L’unica e attesa data italiana dei Kings Of Leon è la
dimostrazione efficiente di come il gruppo del Tennessee abbia
conquistato anche nel nostro paese una solida fan base: un
Futurshow Station pieno per oltre tre quarti accoglie il gruppo con
travolgente entusiasmo e partecipazione. Poche note del brano di
apertura Crawl sono sufficienti a far capire quanto il gruppo sia
solido: un sound compatto, coeso, che concede spazio a ben poche
sbavature.

È proprio l’impatto sonoro che dal vivo colpisce più
di ogni altra cosa. La band formata dai fratelli Caleb (voce),
Nathan (batteria) e Jared Followill (basso), con l’aggiunta del
cugino Matthew Followill alla chitarra, si è trasformata in
neanche dieci anni da giovane gruppo indipendente a band in grado
di scalare le classifiche in America e in Inghilterra.

Il concerto segue di conseguenza: poco spazio per l’improvvisazione
e grande attenzione a riproporre i brani fedelmente a ciò
che si è ascoltato sull’album. La musica per come è
strutturata lo permette, le capacità tecniche della band
fanno il resto. La voce notevole di Caleb non è mai fuori
fuoco, Nathan alla batteria è una macchina inarrestabile,
Jared al basso lo segue rendendo solida la sezione ritmica, Matt si
somma con le sue parti di chitarra. Dal vivo aggiungono anche il
contributo delle tastiere.

Il risultato è che singoli come Radioactive e Pyro si
abbattono come un’ondata sul pubblico – che ne esce particolarmente
coinvolto – in modo diretto e in tutta la loro cantabilità.
Tanto che quando un inconveniente tecnico fa saltare
l’amplificazione su Mary, lasciando il gruppo da solo con le spie,
ci pensano proprio i cori del pubblico a portare avanti il brano.
Buona parte dell’attenzione è per il loro ultimo Come Around
Sundown da cui viene tratta una Back Down South che ricorda dove
affondano le radici dei Kings Of Leon.

Da un lato c’è infatti l’orecchiabilità di temi ampi
e distesi, di quelle melodie efficaci e mid-tempo che il gruppo ben
ripropone anche dal vivo e che probabilmente costituiscono una
delle armi segrete del loro successo. Dall’altro c’è la
qualità musicale, l’essere una band solida e che sa suonare,
che è partita dal rock e che in quell’ambito rimane,
nonostante le sfumature pop e la notorietà. L’equilibro tra
questi due fronti, non per tutti facilmente conciliabili, appare
l’elemento distintivo di una fotografia della band dal vivo in
questa fase della loro carriera. Innegabilmente mainstream, eppure
intelligentemente capace di non deludere né gli appassionati
del rock più duro e puro, né i loro fan della prima
ora. In chiusura della bella serata, il gruppo saluta e ringrazia
il pubblico italiano con Black Thumbnail e un’esplosione di fuochi
d’artificio.

Giulia Nuti

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