Al 25° Premio Cairo, l’arte vive tra memoria e AI

Il più importante riconoscimento italiano per gli artisti under 40 premia Camilla Gurgone e la sua opera Latēre.

Un’opera sulla memoria, sul lutto e sul rapporto tra umano e macchina si aggiudica la venticinquesima edizione del Premio Cairo, durante la serata inaugurale al Museo della Permanente di Milano. Vincitrice del premio in denaro di 25mila euro è l’artista lucchese Camilla Gurgone, classe 1997.

A prescindere dalla classifica, tutte le venti opere finaliste raccontano uno sforzo comune. L’arte in mostra al Premio Cairo, attraverso i suoi giovani artisti, sceglie di misurarsi con le grandi questioni del presente, ribaltando spesso le prospettive convenzionali.

La giuria del premio è stata presieduta da Bruno Corà e composta da Luca Massimo Barbero, Mariolina Bassetti, Giovanna Forlanelli, Arturo Galansino, Gianfranco Maraniello, Renata Cristina Mazzantini ed Emilio Isgrò. La mostra delle venti opere è aperta al pubblico gratuitamente fino a domenica 18 ottobre al Museo della Permanente. In esposizione anche gli autoritratti storici realizzati per Bolaffi Arte e le opere candidate alla trentatreesima edizione del Premio Arte.

Camilla Gurgone e la sua opera vincitrice Latēre © Lorenzo De Juliis/LifeGate

L’opera vincitrice parla di attesa

Sfondo nero, una persona in bianco (ma con qualche ombra sul viso) e sbarre sottili che scompongono il quadro. “Latēre è una stampa a colori su carta termica in cui la scelta del bianco e nero – ci spiega Camilla Gurgone – è obbligata, cioè nasce dal materiale stesso: la carta termica degli scontrini stampa solo in quella gamma. Negli ultimi anni – aggiunge l’artista – ho lavorato sul punto debole di questo supporto, la sua evanescenza, trasformandolo in punto di forza: ciò che oggi è nascosto, racconta, col tempo riaffiorerà, mentre ciò che ora è visibile svanirà. Un elogio dell’attesa, oserei dire.” Un’opera che si ciba di quell’esatta attesa, in piena controtendenza con le nuove tecnologie, e capace di raccontare le intermittenze della memoria e i modi imprevisti in cui la presenza altrui riaffiora nella mente.

Quello che la vincitrice esplicita è che però il suo lavoro artistico non è affatto tecnologico, come spesso viene frainteso. “Il mio lavoro è sociologico – ci dice – perché indago come gli strumenti di intelligenza artificiale stanno entrando nella nostra quotidianità. E lo faccio ancor di più da quando sono diventati degli oracoli alla portata di tutti. Dopo la perdita di una persona importante – si confida – ho avuto più l’esigenza di confrontarmi con la macchina che con le persone. Qualcosa che capita sempre di più alle nuove generazioni, e per cui vale la pena parlarne”.

In alto fino al noce 2026, di Lorenzo Ermini – olio su tela cm 200×180 © Lorenzo De Juliis/LifeGate

Giovani artisti eco-consapevoli e vecchi maestri

Accanto alla riflessione sulle macchine, tra i venti finalisti c’è chi porta l’ambiente dentro la pratica artistica anche dal lato dei materiali. Tra i selezionati dell’edizione 2026 c’è Lorenzo Ermini. L’artista, di origine toscana e cresciuto in un ambiente rurale, racconta una ricerca in cui la figura umana si mescola a un ambiente vegetale, componendo un ecosistema che non è antropocentrico: l’uomo come un elemento fra gli altri, dentro la vegetazione e dentro l’intero ecosistema. Una visione coerente anche nel modo in cui si procura gli strumenti: Ermini produce da sé i propri pastelli, lavorando pigmento, olio e cera d’api naturale al posto della paraffina, derivata del petrolio.

Nota di colore: nel corso della serata è stato assegnato anche il Premio Cairo alla Carriera a Nino Migliori. Nato a Bologna nel 1926, Migliori è tra i più autorevoli e multiformi ricercatori italiani nel campo della fotografia. Da un lato, la sua fotografia realista, capace di raccontare l’Italia del dopoguerra; dall’altro, la sperimentazione off-camera, che ha progressivamente messo in discussione l’idea stessa di fotografia. Il maestro bolognese ha da poco raggiunto il secolo di vita, il 29 settembre.

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