Amicizia: fra franchezza e adulazione

Plutarco, di cui riportiamo una corposa testimonianza, illustra con grande acutezza come l’amicizia autentica si misuri proprio sulla base della franchezza.

La franchezza, dice, può anche essere dolorosa, lacerante
per l’amico, tuttavia essa agisce come un “disinfettante” sui suoi
errori, lo aiuta a correggersi, a rendersi migliore; di contro,
l’adulatore si limita a correggere storture superficiali, di poco
conto, senza mirare ad una strutturale, dura ma fraterna
correzione.

Lasciamo la parola allo stesso Plutarco, le cui considerazioni,
chiari e puntuali, non abbisognano di alcun commento:
” La franchezza vera, propria dell’amico, agisce sugli errori,
causando un dolore che però salva e guarisce, come il miele
che brucia e disinfetta le ferite, utile e dolce per il
resto…

L’adulatore, invece, in primo luogo si dimostra aspro, violento e
inesorabile nei rapporti con gli altri…, e in secondo luogo finge
di ignorare e di non riconoscere gli errori autentici e gravi,
mentre attacca prontamente le mancanze esteriori e di poco conto,
scagliandosi contro di esse con estrema violenza: se vede merci
sparse qua e là senza ordine, oppure uno che abita in una
casa troppo modesta, o un altro che non si cura come dovrebbe dei
capelli, dell’abbigliamento, del cane o del cavallo; ma il non
curarsi dei genitori e dei figli, l’insultare la moglie, il
disprezzare i familiari, lo sperperare il patrimonio non contano a
per lui.

Anzi, in questi casi se ne sta zitto, senza il coraggio di
intervenire nella discussione, come un allenatore che permettesse
al suo atleta di ubriacarsi e darsi alla pazza gioia, diventando
invece inflessibile quando si tratta della spugna e dell’ampolla
dell’olio, o come un maestro che rimproverasse l’allievo per la
tavoletta e lo stilo e non rilevasse, ascoltandolo parlare, gli
errori di grammatica e di pronuncia… Come se si tagliassero con
un bisturi da chirurgo i capelli e le unghie di un uomo che soffre
di tumori e di ascessi, così gli adulatori applicano la
franchezza a quelle parti dell’anima che non soffrono né
provano dolore”.

Fabio Gabrielli

 

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