Geografia della persona e il silenzio cosmico

“Il ‘silenzio cosmico’ ci fa sentire soli nell’universo, come il silenzio dell’altro ci fa sentire soli nel piccolo universo del rapporto”.

La persona è tale solo nella prospettiva del dono,
dell’impegno verso il volto che ha di fronte, in un contesto io-tu,
ovvero nella dimensione della relazione e della mutua comprensione
che germina sempre dall’individuazione/riconoscimento dell’altro,
la cui intimità costituisce le colonne d’Ercole di quel
mistero originario di cui è portatore.

La comprensione del tu genera responsabilità, cioè il
portarsi sulle spalle i vissuti, le esperienze dell’altro,
integrandoli con i nostri, relazionandoli dialetticamente con la
nostra biografia e difendendoli da ogni minaccia esterna che voglia
aggredirne la sacralità. Il riconoscimento dell’altro
è possibile solo se le grammatiche esistenziali della
passività si impongono su quelle dell’attività
esasperata. Siamo, infatti, autenticamente accoglienti solo quando
facciamo dono di noi stessi, ci facciamo spazio per gli altri,
diventiamo anticipatori di fiducia.

Solo sostituendo al nostro io onnipotente, ipertrofico, tutto
attività, produttività, egoismo efficientistico, un
io docile, passivo, accogliente, capace di abbandonarsi al tu
dialogante riconoscendogli in anticipo fiducia, sacralità,
consistenza etica, dignità esistenziale, è possibile
instaurare il regno della mutua comprensione e del radicato
riconoscimento. Tutto questo è possibile a patto che si
diventi discepoli del silenzio. Il silenzio non come assoluta
assenza, glaciale distanza dall’altro, ma come presenza “calda”,
come linguaggio del corpo spiritualizzato: la carezza, il sorriso,
la tensione silenziosa della mano verso la carne malata, ecco gli
antidoti all’invasività rumorosa e sovente autoreferenziale
della parola.

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