Angoscia: l’esistenza “soffocata”

Esplorare l’ angoscia significa confrontarsi con il senso stesso della vita,il luogo nel quale l’uomo si muove come essere progettante.

L’ angoscia rivela già nel suo etimo – si pensi al latino angustia, angere, o al greco ankho, tutti termini che indicano lo stringere, l’ opprimere, il soffocare, l’ affliggersi – un modo di ” stare nel mondo”, declinabile nei termini dello sbigottimento prevalentemente doloroso.

Diciamo prevalentemente, perché esiste anche un significato vitale, appagante dell’ angoscia. Tuttavia, in questo contesto, ci occuperemo della carica talvolta devastante di questo sentimento.

Angoscia, dunque, come angustia, cioè “strettezza”, soffocamento o morsa esistenziale, in una implacabile corrispondenza tra anima e corpo. Non a caso, Spinoza parlava di perfetto parallelismo tra idee e corpi. Pensiamo, infatti, quando proviamo sentimenti angosciosi, alle reazioni del nostro corpo, alle “spie” biologiche”: il cuore batte all’ impazzata, il respiro si fa affannoso, il corpo, madido di sudore, avverte il mondo come qualcosa di ostile; da qui il terrore di perdere il controllo. E’ l’ angoscia nella sua fase più crudele: l’ attacco di panico. Sperduti nel frastuono indifferente della città, ci salva, magari, qualche misericordiosa viuzza nascosta, defilata rispetto alla piazza, che ci sottrae allo sguardo perplesso o morbosamente curioso degli altri.

Ma anche nella sua fase meno acuta, l’ angoscia ci pervade come sentimento forte, duro, sfibrante. Nelle filosofie dell’ esistenza – da Kierkegaard ad Heidegger, Jaspers, allo stesso Sartre – l’ angoscia si configura come ” sentimento del puro possibile”. In pratica, noi siamo esseri progettanti, ma questi progetti rimangono sul piano della pura possibilità: intanto perché si devono realizzare, e poi perché siamo costretti a scegliere tra innumerevoli alternative, a maggior ragione in una società come la nostra che muta ad una velocità disorientante per i nostri neuropercettori.

La scelta inchioda, sbigottisce e, appunto, provoca carichi ansiogeni non sempre controllabili. Si pensi ad un’ espressione tanto usuale, quanto decisiva sul piano antropologico: “Speriamo di aver fatto la scelta giusta! “. Non solo in ambito lavorativo, ma anche, e soprattutto, in quello degli affetti.

L’ angoscia, allora, si ciba dell’attesa, ti divora l’anima, ti svuota di energie vitali, fino a quando i tuoi progetti, cioè i tuoi “possibili”, non trovano un riscontro reale positivo. Insomma, l’ angoscia riguarda il nostro rapporto con il mondo nella dimensione del futuro.

Certo siamo liberi di scegliere, ma la libertà dà vertigine, perché per una possibilità positiva ci sono infinite possibilità negative. Un concetto, questo, mirabilmente espresso dal filosofo francese Jean Grenier, il quale paragona l’angoscia a quel viaggiatore, che, privo di qualsiasi legame affettivo o lavorativo, entra in una stazione, e, nonostante abbia la possibilità di acquistare il biglietto per qualsiasi destinazione, viene preso da una terribile angoscia, tante sono le possibili destinazioni. Purtroppo deve sceglierne una! Ma quale?

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