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Tra masserie, jazzi e pascoli steppici, una settimana a piedi per scoprire il volto agricolo e pastorale della Murgia.
Alla masseria Scalera, tra Santeramo in Colle e Altamura, basta posare lo zaino perché arrivi un tagliere di formaggi e un bicchiere di vino. Ed è davvero una buona idea fermarsi, anche solo per scambiare qualche parola con Mariantonietta Scalera – pastora per vocazione – e la sua famiglia, che coltiva con determinazione quella terra tutta sassi. Poi un’occhiata alle capre nel recinto, una carezza ai cani e ai gatti, e si riparte.
È un gesto che si ripete nelle numerose soste possibili alle masserie, per sette giorni lungo la Via Peuceta del Cammino Materano, il percorso che attraversa l’antico territorio della Peucezia, dal nome della popolazione stanziata nella Terra di Bari in epoca preromana. Dai campi di grano e dagli immensi uliveti della piana costiera si sale dolcemente fino alle pseudo steppe dell’altopiano, fino alle gravine, le gole carsiche dove sorgono Gravina in Puglia e Matera.
Le prime tappe attraversano la Terra di Bari su terreno quasi sempre pianeggiante. Da Bari a Bitetto il cammino lascia il mare alle spalle a Bari Vecchia, al cospetto della basilica di San Nicola. Il cammino si dipana tra il casale fortificato di Balsignano, testimonianza della Puglia bizantina del decimo secolo, e la cattedrale romanica di San Michele Arcangelo a Bitetto. Verso Cassano delle Murge e Santeramo in Colle il paesaggio si fa rurale: masserie, trulli, uliveti e il Bosco di Mesola, dove in maggio il vento increspa i campi di orzo misto a sulla, una leguminosa dai fiori rosso cupo.
Oltre Santeramo i muretti a secco si diradano, scompaiono i mandorleti, e il cammino entra nelle praterie sassose e negli avvallamenti carsici – le lame – dell’Alta Murgia. È un paesaggio modellato dall’economia agro-pastorale sviluppata nel Cinquecento con la Regia Dogana della Mena delle Pecore, che governava la rete dei tratturi e la transumanza. Ed è qui che la masseria Scalera offre la sua sosta, prima dell’arrivo ad Altamura, città adagiata su un basso colle e riconoscibile per la cattedrale voluta da Federico II.
Non lontano dal centro, nella grotta di Lamalunga, fu ritrovato nel 1993 lo scheletro fossile dell’Uomo di Altamura, un individuo appartenente alla specie Homo neanderthalensis vissuto circa 150mila anni fa. Per chi si ferma ad Altamura, il museo di Palazzo Baldassarre racconta la storia di questa incredibile scoperta, mentre il Museo archeologico nazionale di Altamura espone, oltre a eccezionali ceramiche peucete, anche una fedele ricostruzione dell’aspetto fisico di “Ciccillo”: così gli altamurani chiamano il loro prezioso reperto paleontologico, perché scoperto nel giorno di San Francesco.
Il paesaggio cambia a ogni stagione, aperto e punteggiato di sparse masserie e jazzi, i tradizionali ovili in pietra. In primavera il verde dei campi di grano si accende delle fioriture di papaveri, tulipani selvatici, gladioli e orchidee spontanee, alcune rare: le Murge sono tra le zone più ricche d’Italia per questa famiglia botanica. Nel cielo volteggia il falco grillaio, che al crepuscolo estivo rientra per la notte nei centri storici, dove nidifica. In autunno sono ciclamini, colchici e il giallo zafferanastro (Sternbergia lutea) a colorare le pietraie.
Nelle praterie aride cresce il lino delle fate (Stipa austroitalica), una graminacea endemica delle Murge dalle infiorescenze argentee che si muovono al vento come onde. Accanto crescono la ferula, dalle gigantesche infiorescenze gialle, i cui fusti robusti servivano ai pastori per bastoni e sgabelli, e gli asfodeli, che colonizzano i pascoli in abbandono formando praterie di spighe bianco-rosate. Nell’orto di un contadino incontrato per strada può capitare di scoprire il lampascione (Leopoldia comosa), piccola cipolla selvatica dal gusto dolce-amaro, coltivata e assai apprezzata in Puglia e Basilicata.
Ad Altamura è automatico perdersi nel labirinto medievale del centro storico, sbirciando nei claustri, i cortili chiusi, affollati di piante in vaso, luminarie colorate e panni stesi, dove un tempo abitava un intero clan familiare, per poi ritrovare l’orientamento riemergendo lungo il corso Federico II, dove tutta la città si raduna per lo struscio serale.
Da Altamura a Gravina in Puglia si cammina sugli antichi tratturi, tra cui, molto probabilmente, alcuni tratti dell’Appia antica, fino a una città adagiata sul ciglio della gola, con la cattedrale normanna del 1095 sospesa sul precipizio. Sotto le case del centro storico si estende la Gravina sotterranea, un labirinto di cantine e cisterne scavate a colpi di piccone nella calcarenite. Sulle ripide pareti della gravina occhieggiano le aperture delle numerose chiese rupestri, anche queste scavate nella roccia. Il percorso prosegue con l’aereo passaggio sul settecentesco ponte-acquedotto che attraversa la gravina.
Le ultime due tappe, un poco più impegnative per dislivelli e lunghezza, segnano il confine tra Puglia e Basilicata. Il cammino attraversa il Bosco della Difesa Grande, uno dei complessi forestali più estesi della regione, prima di raggiungere il santuario benedettino di Santa Maria di Picciano, già dei templari e dei cavalieri gerosolimitani. Da qui inizia la discesa finale verso Matera: l’arrivo, lungo la gravina, è emozionante, con la città rupestre che si svela passo dopo passo, dal Sasso Caveoso, ai nobili palazzi della Civita, alla cattedrale e al Sasso Barisano.
Ad Altamura si va per il pane di grano duro Dop, cotto nel forno a legna, da assaggiare appena sfornato, ma ottimo anche dopo una settimana e primo ingrediente della cialledda, una zuppa fredda di pomodori, cetrioli e cipolle. Le masserie del percorso offrono formaggi freschi come provole e nodini di mozzarella, ma il prodotto simbolo del territorio resta il pallone di Gravina: un formaggio a pasta filata dalla caratteristica forma sferica, Presidio Slow Food dal 2012.
Specialità della Basilicata, ma reperibili ovunque, i peperoni cruschi (seccati e fritti) sono un croccante snack non piccante, o un tocco di colore e sapore da spargere sul classico piatto di orecchiette. Ad accompagnare i piatti, la verdeca, vino prodotto dall’omonimo vitigno a bacca bianca, coltivato da secoli anche nell’area di Gravina. A Bari, prima di partire, vale la pena fermarsi tra i banchetti di Bari Vecchia dove le orecchiette vengono lavorate a mano, e assaggiare lo street food cittadino, dal panzerotto fritto alla focaccia barese.
La via Peuceta è pensata per un pubblico ampio, anche per chi affronta per la prima volta un cammino di più giorni. L’estate è sconsigliata, per il caldo e la scarsità di ripari lungo alcune tappe, ancor più quest’anno dove le ondate di caldo hanno colpito duramente l’Europa; la stagione ideale va dall’autunno alla tarda primavera. Il treno resta l’opzione migliore e più ecologica: Bari è raggiunta sia dai Frecciarossa, sia dagli Intercity notte dalle principali città del Nord. Matera è collegata a Bari dalle Ferrovie Appulo Lucane, che fanno servizio anche ad Altamura e Gravina in Puglia. Bitetto si raggiunge in treno con la tratta FS Bari-Taranto. Tutti i paesi intermedi sono serviti da autobus Cotrap.
L’accoglienza lungo il cammino è gestita da Cammino Materano Ets, che coordina una rete di ostelli, bed & breakfast, ospitalità religiosa e domestica attraverso un disciplinare che impegna le strutture aderenti a calmierare i prezzi e a contribuire alla manutenzione del percorso. L’accoglienza lungo il cammino è affidata a un gruppo di volontari appassionati, pronti a risolvere problemi e assistere i viandanti, e che tanto contribuiscono alla qualità umana del viaggio. Chi preferisce camminare senza zaino può appoggiarsi al servizio di trasporto bagagli attivo lungo tutta la via. Le tracce GPX del percorso sono scaricabili su SlowMap (unica traccia per tutto il Cammino), oltre che dal sito ufficiale del Cammino Materano, dove sono disponibili le informazioni sugli alloggi e sull’organizzazione del viaggio.
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