Le aziende di moda non potranno più distruggere i capi invenduti

Lo stabilisce il nuovo regolamento europeo sull’ecodesign in vigore dal 19 luglio che chiede più trasparenza e pianificazione.

Le grandi imprese di moda non potranno più distruggere abbigliamento, calzature e accessori invenduti o restituiti dai consumatori. La novità nasce dal Regolamento (UE) 2024/1781, noto come Espr, che rappresenta il nuovo quadro europeo sul’ecodesign dal 2024. L’obiettivo dichiarato della normativa è quello “di definire i requisiti di progettazione ecocompatibile a cui tutti i beni di consumo, che sono immessi sul mercato (tessili, mobili, elettronica, prodotti chimici, ecc.), devono uniformarsi.”

Dal 19 luglio 2026, il divieto di distruzione dei capi invenduti è diventato uno dei primi tasselli già operativi del Regolamento. Il concetto di “distruzione” è ampio. Nella definizione rientra lo scarto o il danneggiamento intenzionale dei prodotti dopo il quale diventano rifiuti. Anche il riciclo è considerato distruzione, perché richiede per esempio di triturare o smontare i prodotti. In pratica la norma spinge le aziende verso la parte alta della gerarchia dei rifiuti, cioè riuso, rivendita, riparazione e donazione, prima di qualsiasi operazione di recupero o smaltimento.

Oltre al divieto, la normativa richiede alle aziende anche un obbligo di trasparenza. Ai sensi dell’articolo 24 del regolamento, le grandi imprese devono comunicare annualmente quantità e peso di prodotti invenduti di cui si sono disfatte. Restano alcune eccezioni come i prodotti pericolosi, non conformi, che violino le norme sulla proprietà intellettuale, inadatti al riutilizzo, danneggiati, deteriorati o difettosi.

Capi invenduti
Sul totale dei resi smaltiti, viene riciclato il 58%, incenerito il 34% e trasferito in discarica il 7% © Pexels

Perché questa norma?

La norma, tuttavia, non è valida per tutte le imprese. Per ora riguarda solo le grande imprese, mentre dal 2030 il divieto si estenderà anche alle medie. Le piccole e microimprese invece ne restano esenti. A spiegare l’urgenza e il senso dell’intervento sono i numeri. In Europa, si stima che viene distrutto fino al 9 per cento di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato, cioè fino a 594.000 tonnellate di tessuti distrutti ogni anno. Uno spreco di circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente.

In Europa il tasso medio di reso per l’abbigliamento acquistato online è stimato al 20 per cento, cioè un capo su cinque venduto online torna indietro al mittente. Sul totale dei resi, in media uno su tre finisce per essere distrutto. Il discorso cambia se parliamo della merce invenduta e rimasta in magazzino. La quota media di invenduto nella letteratura di ricerca è del 21 per cento, e si stima che circa un quinto di questo 21 per cento finisca distrutto.

@new.vtg.thrifts

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Quali soluzioni per riusare i capi invenduti?

Con il divieto le imprese devono trovare un’altra destinazione per i capi che non vendono. Le nuove regole impongono di dare priorità al mantenimento dei prodotti in uso, vendendoli o preparandoli per il riutilizzo. E poi richiedono di migliorare la gestione delle scorte, ottimizzare lo smistamento dei resi e valutare alternative come rivendita, rigenerazione, donazioni e riutilizzo.

Le strade possibili, indicate anche dal materiale di partenza, sono diverse: potenziare le piattaforme di rivendita, calcolare meglio la domanda per ridurre la sovrapproduzione, riparare i capi difettosi e rimetterli in commercio come ricondizionati, trasformare gli invenduti in nuovi prodotti, destinare i tessuti ad altri settori come imbottiture, geotessili e materiali fonoassorbenti, donare a enti benefici, recuperare le fibre per nuovi filati e offrire i capi a noleggio invece di venderli.

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