Diritti umani

Carla Del Ponte. Dalle vittime della guerra in Siria arriva una richiesta di giustizia disperata

L’intervista a Carla Del Ponte, magistrato svizzero, in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Gli Impuniti. “A Damasco atrocità peggiori che nei Balcani o in Ruanda: la verità è che la storia non insegna niente”.

I crimini in Siria e la battaglia per la verità di una donna da sempre in prima linea. Gli impuniti è l’ultima fatica letteraria di Carla Del Ponte, il magistrato svizzero che il dramma di Damasco lo ha vissuto da vicino, come membro della commissione delle Nazioni Unite (Onu) incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani nella guerra civile in corso dal 2011; un ruolo ricoperto per sette anni e abbandonato, non senza polemiche, nel 2017.

Il libro edito da Sperling & Kupfer è un’indignata denuncia delle sofferenze del popolo siriano, tra l’immobilismo delle Nazioni Unite e l’atteggiamento ipocrita delle grandi potenze mondiali. La intervistiamo a Roma, alla vigilia della presentazione dell’opera nella sede della stampa estera; è un’occasione per parlare anche delle sue precedenti esperienze professionali, come procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia e il genocidio in Ruanda. E per approfondire le atrocità della guerra attraverso le parole di chi, suo malgrado, le conosce molto bene.

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Carla Del Ponte è stata membro della commissione delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani nella guerra civile in Siria © Michel Porro/Getty Images

Chi sono, e quanti sono, gli impuniti? E soprattutto: da che parte stanno? Da quella del regime e dei suoi alleati, o da quella dei ribelli?
Gli impuniti sono tutti coloro che si sono resi responsabili dei crimini quotidianamente commessi in Siria. Ce ne sono da tutte e due le parti, anche se è difficile quantificare quanti siano: soprattutto nel campo dei ribelli, che a differenza del regime non potevano contare su una struttura gerarchica ben definita.

Vedremo mai un Tribunale penale internazionale per la Siria?
Non posso dire se mai lo vedremo, ma di certo è ciò che manca: serve un Tribunale penale internazionale per i responsabili politici e militari di questo massacro. Sul fronte del regime, sono coinvolti senza dubbio il presidente e i capi della sicurezza, della polizia e dei servizi segreti; sul fronte opposto sarà necessario analizzare ogni singolo gruppo, al fine di identificare i responsabili.

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Una famiglia di rifugiati siriani in Libano © Spencer Platt/Getty Images

Un lavoro che aveva iniziato a fare come membro della commissione d’inchiesta dell’Onu…
Già, il lavoro era impostato, ma poi siamo stati costretti ad accantonarlo. Tuttavia si può riprendere in poco tempo.

Pesa di più l’immobilismo dell’Onu o il disinteresse delle grandi potenze mondiali?
Entrambe le cose. Di certo l’Onu, e parlo di un’esperienza vissuta dall’interno, dovrebbe essere più proattivo e persuasivo dal punto di vista politico.

Qual è l’aspetto che ostacola maggiormente il processo di pace?
La Siria è in questa situazione a causa della Russia, ma finora le altre grandi nazioni, a partire dagli Stati Uniti, non hanno voluto esercitare pressioni sul Cremlino. Il risultato è che le sorti del conflitto sono state lasciate nelle mani di Mosca.

Quello in Siria è stato il conflitto più feroce al quale ha assistito nella sua carriera?
Decisamente sì. È il più tragico per il coinvolgimento dei bambini, che sono stati impiegati in guerra e sono morti combattendo. Tanti altri hanno perso la vita mentre andavano a scuola o giocavano in strada. E altri ancora sono morti sulla via della fuga, insieme ai propri genitori, su imbarcazioni di fortuna.

Che tipo di risposte attendono le vittime del conflitto in Siria?
Tutte le vittime di crimini di guerra chiedono giustizia. Ricordo le donne sopravvissute al massacro di Srebrenica; erano in condizioni economiche disastrose, eppure quando le incontrai mi chiesero un’unica cosa: di fare giustizia.

A proposito, come mai dopo tanti “mai più” all’indomani di Srebrenica, il mondo ha potuto assistere inerme a tante Srebrenica siriane ancora più cruente?
Anche dopo il processo di Norimberga ai vertici del nazismo si disse “mai più”. La verità è che la storia non insegna niente. E “diritti umani”, purtroppo, è un termine ormai in disuso.

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Carla Del Ponte è stata procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. “Tutte le vittime chiedono giustizia” © Michel Porro/Getty Images

Lei è stata procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Cosa accomuna la guerra civile nei Balcani a quella in Siria, e cosa le differenzia?
Il fattore comune è che, in Siria come nei Balcani, sono stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La differenza, oltre al coinvolgimento dei bambini del quale parlavo in precedenza, è la crudeltà con la quale sono stati commessi: ci sono tanti casi di torture perpetrate non per uccidere, ma per fare soffrire; atrocità che non si sono viste nemmeno nell’ex Jugoslavia e nel Ruanda.

Se dopo Srebrenica c’è stata Homs, dopo Homs cosa ci dobbiamo aspettare? Ci sono altre situazioni simili alla Siria prossime ad esplodere?
Mi preoccupano la situazione dello Yemen, in qualche modo simile alla Siria per numero di civili uccisi, e quella del Venezuela. Ma ciò che mi preoccupa di più è la mancanza di volontà di intervenire da parte di chi potrebbe risolvere questi drammi.

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