Editoriale

Quei giorni che Djokovic ha trascorso nell’albergo dei rifugiati

Djokovic ha fatto ricorso contro il provvedimento di detenzione nel Park Hotel. Le persone che ha incrociato nei corridoi non hanno questo diritto. L’editoriale di Amnesty International italia.

Il più imprevedibile collegamento tra sport e diritti umani si è realizzato nei giorni scorsi a Melbourne, in Australia, quando il tennista più forte del mondo Novak Djokovic è entrato nel Park Hotel in attesa che venisse esaminato il suo ricorso contro la decisione, adottata inizialmente dalle autorità australiane, di respingere il suo ingresso nel paese per giocare l’Australian open, uno dei tornei di tennis più importanti al mondo.

Per qualche giorno Djokovic ha condiviso ciò che immaginava incondivisibile: un albergo, una volta più che dignitoso (e dotato, per ironia della sorte, di campi da tennis), declassato a “centro alternativo di detenzione”. 

“Alternativo” alla prigione. Uno dei luoghi (1.440 secondo dati aggiornati all’agosto 2021) in cui le crudeli politiche australiane in materia d’immigrazione collocano le persone arrivate nel paese senza un valido visto d’ingresso.

Ci sono arrivate in questo modo perché fuggite da luoghi di guerra e di repressione feroce: Iran, Iraq, Afghanistan, Sri Lanka e altri ancora.

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Il Park Hotel a Melbourne, Australia. Qui Novak Djokovic ha trascorso alcuni giorni in attesa di sapere del suo visto © Darrian Traynor/Getty Images

Gli ospiti del Park Hotel

Sono, gli ospiti del Park Hotel (una quarantina, attualmente), i più fortunati: quelli la cui detenzione da “offshore” è diventata “onshore”.

Dall’agosto 2012, le autorità australiane hanno sistematicamente trasferito i richiedenti asilo arrivati via mare, verso località remote dell’Oceania, prese a noleggio da altri stati: l’isola di Nauru e l’isola di Manus, quest’ultima appartenente a Papua Nuova Guinea. Si stima che questa sorte abbia riguardato oltre 4.000 uomini, donne e bambini cui vanno aggiunti altri 40 bambini nati in quei luoghi infernali.

A seguito delle campagne internazionali e delle proteste della società civile australiana, il centro di detenzione di Manus è stato chiuso e i reclusi sono stati rilasciati sulla terraferma di Papua Nuova Guinea: nell’ottobre 2021 erano 122, mentre a Nauru ne restavano 106.

Nei due centri di detenzione, privi di qualsiasi servizio adeguato di cure mediche, lo stress e le malattie hanno preso rapidamente il sopravvento. Sin dal 2013 il governo australiano è stato costretto ad attuare dei “Medevac” (evacuazioni urgenti per ragioni di salute), portando sulla sua terraferma centinaia di persone.

Persone che sono finite nei “centri alternativi di detenzione”, come il Park Hotel. Quando era al completo, questa struttura ha ospitato fino a 130 persone. Senza un motivo, decine di loro sono state rilasciate. Senza un motivo, in 40 restano ancora segregate lì dentro. 

Djokovic, dal Park Hotel, ha potuto fare ricorso contro il provvedimento di detenzione. Le persone che avrà incrociato nei corridoi o che avrà incontrato a colazione non hanno avuto questo diritto.

Riccardo Noury è il portavoce di Amnesty International Italia

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