Eudaimonia, la felicità e la filosofia

Il termine greco per indicare la felicità è “eudaimonia”, che, nel suo significato originario, va tradotto con l’espressione “avere un buon Demone”

Affrontiamo il problema della felicità, cercando di mostrarne pienezza di senso e manifestazioni autentiche, senza limitarci ad accoglierla nel suo semplice apparire e disparire nelle nostre mortali biografie. Questo è possibile, a patto che se ne ricostruisca la genesi a partire dalla filosofia greca, che ci ha lasciato in perenne eredità una serie veramente densa e cospicua di testimonianze.

Il termine greco per indicare la felicità è “eudaimonia”, che, nel suo significato originario, va tradotto con l’espressione “avere un buon Demone”; ovvero, essere abitati da divinità capaci di assicurarci una vita prospera dal punto di vista materiale. Erano, così, felici quegli uomini, quelle città o quelle regioni con un elevato benessere materiale.

In seguito, grazie soprattutto alla riflessione filosofica, il termine è stato interiorizzato, rivestito di un abito etico e, quindi, riferito all’intimità dell’uomo e al connesso esercizio dell'”areté”, della virtù.

A questo proposito, Eraclito afferma che se la felicità si identificasse immediatamente con i piaceri del corpo, anche i buoi sarebbero felici. Ma con ancor maggiore intensità così si esprime Democrito: “La felicità non consiste nel possesso del bestiame e neppure nell’oro, l’anima è la dimora della nostra sorte“. E ancora: “Ottima cosa è per l’uomo passar la vita conservando il più possibile la tranquillità dell’animo e affliggendosi il meno che si può. E si potrebbe vivere così, se non si riponesse il piacere in cose passeggere e mortali”.

Come si vede, la felicità e ricondotta all’anima, a quella disposizione interiore che, come ci ricorda ancora Democrito: “Ci è procurata dalla misura nei godimenti e dalla moderazione in generale nella vita, il troppo e il poco sono facili a mutare e quindi a produrre grandi turbamenti nell’animo”.

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