L’anima dello stomaco

Siete mai andati a vedere nel vostro stomaco? Vogliamo provare? La cultura occidentale ha espropriato molte parole del loro significato originale.

La cultura occidentale ha espropriato molte parole del loro
significato originario privandole in questo molto del loro potere e
costruendo un mondo alienato dall’anima stessa delle cose.

In origine, ad esempio, “teoria” significa contemplazione, “psiche”
significa anima, “cronos” non significa tempo ma in realtà
il ritmo delle cose, “scienza” significa sapienza, “vita eterna
significa” non per sempre ma flusso vitale qui e ora.

Restituire alle parole il loro giusto significato vuol dire ad
esempio riconoscere che cambiare non vuol dire andare altrove o
diventare qualcun altro ma bensi’ essere se stessi. Il giusto nome
alle cose, appunto.

Cominciamo da “psiche”, un termine che ci riguarda da vicino.
Aristotele affermava: “Psychè è in qualche modo tutte
le cose”. Psichè è bios e logos, cioè corpo e
mente, psichè è anche “pneuma”, cioè anima,
respiro, ma anche “zoè”, flusso vitale.

Se pensiamo ad Aristotele e confrontiamo il suo pensiero con quello
della cultura scientifica odierna, ci viene la tristezza. Quale
civiltà, quale cultura può partorire una conoscenza
degna di tale nome, cioè una scienza che possa credere che
le cause, ad esempio, della gastrite risiedano in un battere o che
il cancro allo stomaco sia determinato geneticamente.

Siete mai andati a vedere nel vostro stomaco? Vogliamo provare?

Mi fermo, mi siedo tranquillamente…

Mi fermo, mi siedo tranquillamente, chiudo gli occhi, lascio pesare
il corpo, alleggerirsi il respiro.
Porto l’attenzione all’andare e venire del soffio, lo sento passare
dallo stomaco, resto in ascolto.
Sento le costole, la muscolatura dell’addome, le viscere
circostanti. Tra di esse avverto un avvallamento, come un cratere,
entro dentro, mi sento sprofondare, respiro, tutto pulsa, sento
stringere, è come un cunicolo incandescente, mi faccio
strada respirando, sento pulsare sempre piu’ forte, è
doloroso, mi manca il fiato, premo con le dita la bocca dello
stomaco, le mie mani sprofondano, come due grandi ali planano
dentro le pareti del cratere, avverto ansia, ho paura, le ali si
fanno nere come quelle di un enorme pipistrello, ho paura. Uccelli
neri, brividi nella pancia. Un grosso respiro, un atto di fiducia,
il panorama si schiarisce, la vallata si fa morbida, colline verdi,
fiori, colori, un torrente scorre, sul greto di acqua chiara un
volto, il volto sorridente di un bimbo. Sono io da piccolo che
assiste a tutte le ingiustizie subite, le rivede scorrere con le
acque. Sento compassione, perdono accettazione, sorrido. Gli occhi
del bimbo sorridono e fanno splendere l’ambiente circostante. Lo
stomaco si distende, il respiro è leggero, avverto pace.

Ma questa è fantasia. No questo è contatto,
percezione sottile, immaginazione creativa. Si tratta di un piano
di realtà quanto meno altrettanto reale di quello razionale,
solo che è piu’ delicato, ineffabile, vero. Cosi’ vero,
cosi’ scientifico che ciascuno può verificarlo su di
sé. Niente TAC, niente positroni, niente effetti speciali,
basta fermarsi e ascoltare. Non serve nemmeno il telescopio di
Galileo, bastano due occhi chiari e il coraggio di vedere.

Ed ecco nello stomaco rivelarsi Psyché, la totalità.
Ecco lo stomaco farsi corpo e anima, mente e spirito, come ogni
cosa. Ecco la mucosa dello stomaco farsi cratere, ecco
l’ingiustizia subita farsi lava ed infiammarne la mucosa, i bocconi
amari ingoiati e non digeriti farsi pietra, la paura uccelli neri,
il respiro torrente di montagna. Ecco la vis sanatrix naturae, la
forza di autoguarigione assumere le spoglie di un bimbo di
luce.

Cosa è piu’ reale, la mucosa infiammata o l’ira che la
infiamma, la paura o lo stormo di uccelli neri nella mia visione
interiore?
Non è forse reale la pace che sento o il rilassamento delle
viscere quando il deserto dell’efficienza del controllo e della
fretta viene irrigato con l’acqua dell’anima; quando il magnanimo
“Signore dell’Ascolto Interiore” fiorisce germogli d’estate sparsi
tra gli aridi paesaggi del sintomo prosciugati dal diritto
all’espressione di sé dalla magia della ragione, tesa alla
costante disperata ricerca di una spiegazione che consenta di
tenere tutto sotto controllo, di un colpevole da combattere.

L’invito è fare la pace, un tempo si diceva fare l’amore e
non la guerra.
L’invito è che non passi di moda.

Pier
Luigi Lattuada

pubblicato su LIFEGATE magazine n.32

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