L?ozio

“Ci si vergogna gi

“Il furibondo lavoro senza respiro? comincia già per
contagio a inselvatichire la vecchia Europa e a stendere su di essa
una prodigiosa assenza di spiritualità. Non si ha più
tempo né energia per ogni otium” (Friedrich
Nietzsche, La gaia scienza).

Nietzsche presagisce con straordinaria lucidità il ritmo
vorticoso, ossessivo delle nostre citta-officine, le cui
grammatiche esistenziali sono declinabili solo nei termini della
ragione strumentale, dell?efficienza, della produttività,
della competitività esasperata, della seriosità e del
disincanto.

La nostra civiltà, opulenta, frenetica, omologante, tutta
produzione e consumo immediato, senza alcuna dilazione, dimentica
di ogni forma di temperanza, ha smarrito, di conseguenza, anche
l?antico significato dell?ozio, depotenziandolo nella sua energia
progettante per ridurlo ad un ?vuoto? inopportuno nella macchina
produttiva del sistema tecnologico, oppure ad un?assoluta
sospensione di ogni attività concettuale, al solo scopo di
?ricaricarsi? in vista della ripresa produttiva.

Ozio diventa, così, parola inopportuna, a maggior ragione
da bandire nella nostra civiltà, in cui il nesso tra
tempo,denaro, produzione e consumo risulta il tratto
distintivo.

Eppure ozio rinvia nel suo significato originario al greco
schole, ?quiete?, ?riposo?, ?tempo libero? e, quindi, ?tempo per
sé?, ovvero tempo operoso, finalizzato alla nostra
realizzazione più autentica.

L?ozio diventa, allora, lavoro di dissodamento e di semina dei
territori dell?anima; un autentico lavoro interiore,
un?esplorazione delle nostre terre più intime, quelle che
non abbiamo mai percorso perché completamente assorbiti dai
ritmi produttivi delle città-officine.

Approfittiamo, dunque, della pausa concessa dal sistema
tecnologico per rimanere soli e in costante dialogo con noi stessi,
rompendo quel falso silenzio che, in fondo, è il tentativo
di mantenere segrete quelle verità interiori che non abbiamo
il coraggio o la forza di affrontare.

E, allora, l?ozio diventa tempo del sapere dell?anima,
cittadella interiore, luogo in cui coltivare la ragione affettiva e
riscoprire l?essenziale; ma anche momento propizio per rivisitare
gli originari paesaggi del corpo, i suoi ritmi naturali, la sua
simbiosi con il mondo, non più inteso come spazio da
usurpare e manipolare in vista della produzione, bensì come
dimora da abitare con sguardo meravigliato, quasi verginale.

In definitiva, il tempo dell?ozio è un tempo
contemplativo, che scorre lento, paziente, carico di significati
esistenziali, affettivi ed etici per chi lo sa vivere veramente:
è una vacanza dell?anima che si riposa lavorando su se
stessa, per se stessa e per un più autentico rapporto con
gli altri, visti non solo sotto il segno della
competitività, bensì della prossimità
affettiva e della fragilità esistenziale.

Fabio Gabrielli

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