La sete di infinito

L’inquietudine come desiderio irrisolto di una mancanza di fondo, come insopprimibile esigenza umana di ciò che è straordinario e maestoso: l’Infinito.

L’inquietudine,
come modo instabile di abitare il mondo, è sentimento di una
mancanza, desiderio di un “qualcosa” che non possediamo. L’analisi
di Locke sull?inquietudine coglie nel segno: «Il disagio che
un uomo avverte per l’assenza di una cosa qualunque la cui presenza
attuale porta con sé l’idea di piacere, è ciò
che chiamiamo desiderio».

Inquietudine e desiderio per Locke, dunque, si identificano,
poiché anche il bene più grande, pur riconosciuto
come tale, non muove la volontà finché il nostro
desiderio non ci abbia reso inquieti per la sua effettiva mancanza.
Non a caso, un altro grande filosofo, Condillac, parla di
inquietudine o tormento, insomma di indicibile sofferenza, quando
c’è privazione di qualcosa che desideriamo fortemente; se,
di contro, il desiderio s’appunta su una mancanza di poco conto
c’è solo ?malessere o leggero dispiacere?.

Inquietudine e desiderio della mancanza rinviano ad una sorta di
angoscioso struggimento per un amore non corrisposto da parte della
vita, di questa vita, che vorremmo totalizzante, appagante,
espressiva di un’assoluta pienezza di senso che, in realtà,
non le appartiene.

Insomma, la
volontà
è strutturalmente inquieta,
poiché spera nell’introvabile; ama ciò che è
straordinario, maestoso; partecipa dell’infinito; cerca in
ciò che non le è noto quello che non trova nelle cose
comuni, quotidiane.

L’uomo, in altri termini, si vede come un essere divaricato tra
desiderio e assenza, come un essere irrisolto, frustrato, come
proiezione solo ideale verso un Oltre – l’Infinito – che sempre
gli sfugge, perché la natura umana è contraddistinta
dal destino di abitare un mondo
contingente
.

Eppure, siamo al mondo per desiderare il possesso
dell’impossibile, per tentare di conoscere l’inconoscibile, per
articolare un discorso di senso sull’indicibile, per dare voce,
insomma, all’essenza più profonda dell’inquietudine, quella
religiosa.

Nelle straordinarie riflessioni di Pascal, oggetto del nostro
prossimo intervento, ritroveremo tutta la dirompente
vitalità esistenziale propria dell’inquietudine religiosa,
in questo caso riferita al cristianesimo, ma estensibile, in un
discorso più ampio, anche ad altre forme religiose.

Per il momento è sufficiente ricordare le parole di un
filosofo contemporaneo, Salvatore Natoli, il cui pensiero di fondo
non è certo espressivo di una concezione cristiana dell?uomo
e della storia:«L’inquietudine non è un sentimento
recente. Non v’è dubbio, però, che, come dice Deprun,
è in prevalenza un sentimento moderno. È tra l’?altro
un sentimento che trova nel cristianesimo una delle sue più
originarie e originali matrici. Seppure non è stato il
cristianesimo a generare il sentimento d’inquietudine, di certo lo
ha fortemente accentuato».

 

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