Sono entrate in vigore le nuove regole europee: frontiere esterne sigillate, controlli più rigidi, un meccanismo di solidarietà non vincolante tra Paesi.
Frontiere esterne sigillate, procedure di verifica delle richieste di asilo più rapide e stringenti, in cambio di standard di accoglienza magari migliori per quei pochi che riescono ad ottenere il visto. Dopo una gestazione lunghissima e travagliata, è entrato in vigore lo scorso 12 giugno, in tutta l’Unione europea, il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, adottato nel maggio 2024 e che costituisce ora il fulcro del nuovo approccio dell’Ue in questo ambito. Per la prima volta, l’Europa dispone di un quadro normativo completo in materia di migrazione e asilo, con una solida protezione delle frontiere esterne, norme di asilo e rigorose e un equilibrio tra solidarietà e responsabilità. Tuttavia, il compromesso raggiunto ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni umanitarie, giuristi e associazioni per i diritti umani, secondo i quali rappresenta anche un ulteriore giro di chiavistello volto a sigillare la cosiddetta Fortezza Europa, che ha già visto una riduzione del 55 per cento degli attraversamenti illegali delle frontiere rispetto a due anni fa.
I pilastri del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo
Uno degli elementi centrali del Patto sulla migrazione e l’asilo riguarda il cosiddetto meccanismo di solidarietà. Non nei confronti dei migranti in fuga da guerre o carestie o mancanza di opportunità, però, ma verso i Paesi che ricevono il maggior numero di arrivi, come Italia, Grecia, Spagna o Malta, possono chiedere il sostegno degli altri Stati membri. Tuttavia, la redistribuzione dei richiedenti asilo non è pienamente obbligatoria: gli Stati possono scegliere se accogliere una quota di persone, contribuire economicamente oppure fornire supporto operativo e logistico. In pratica, un Paese che non vuole partecipare ai ricollocamenti può versare un contributo finanziario o sostenere i rimpatri. Solo in situazioni eccezionali di crisi migratoria è prevista una forma più stringente di solidarietà.
Il Patto non supera il principio fondamentale del Regolamento di Dublino, secondo cui il Paese di primo ingresso resta generalmente responsabile dell’esame della domanda di asilo. Questo significa che gli Stati di frontiera, come l’Italia, continuano a sostenere il peso principale delle procedure di accoglienza e valutazione delle richieste. Un’altra novità rilevante è l’introduzione di una procedura di screening obbligatoria alle frontiere esterne dell’Unione. Le persone che arrivano irregolarmente saranno sottoposte, entro un massimo di sette giorni, a identificazione, rilevazione delle impronte digitali, raccolta di dati biometrici, controlli sanitari e verifiche di sicurezza. Lo screening riguarda anche i minori. Al termine di questa fase, le autorità decidono se la persona può accedere alla normale procedura di asilo oppure essere inserita in una procedura accelerata di frontiera finalizzata al respingimento o al rimpatrio.
Il Patto sulla migrazione e l’asilo introduce infatti procedure più rapide per le domande considerate manifestamente infondate o presentate da persone provenienti da Paesi ritenuti sicuri (il Patto menziona Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia) In questi casi la richiesta può essere esaminata direttamente nelle aree di frontiera, con tempi molto più brevi rispetto al passato. Secondo i sostenitori della riforma ciò permetterà di ridurre gli arretrati amministrativi; secondo i critici, invece, rischia di limitare le garanzie per i richiedenti asilo, sottoposti a procedimenti rapidi e sommari, e di aumentare il ricorso alla detenzione amministrativa.
Viene inoltre rafforzato il sistema Eurodac, la banca dati europea utilizzata per registrare i migranti e i richiedenti asilo: oltre alle impronte digitali, saranno conservate fotografie del volto e ulteriori informazioni utili all’identificazione, e i dati potranno essere raccolti anche per i minori a partire dai sei anni di età. Lo scopo è quello di migliorare il tracciamento dei movimenti all’interno dell’Unione e facilitare l’applicazione delle regole di competenza tra gli Stati membri. La riforma prevede anche criteri più uniformi per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, con un maggiore coordinamento tra le autorità nazionali e l’agenzia europea competente. I richiedenti asilo continueranno però a essere vincolati al Paese responsabile della loro pratica e non potranno spostarsi liberamente all’interno dell’Unione fino alla conclusione dell’iter.
Questione di punti di vista
Secondo la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen “la migrazione è una sfida europea che deve essere affrontata con una soluzione europea. Una soluzione efficace, equa e decisa. Questo è ciò che offre il Patto sulla migrazione e l’asilo: frontiere esterne più sicure, solidarietà tra gli Stati membri e procedure più efficienti per l’asilo e il rimpatrio. E per affrontare insieme le cause profonde della migrazione, continuiamo a rafforzare le nostre relazioni con i partner globali”.
Tutto bene dunque? Secondo l’avvocato Fabio Loscerbo, esperto in Diritto dell’Immigrazione, non proprio: quelle affrontate dal Patto “sono questioni certamente fondamentali, ma che non esauriscono affatto la complessità del fenomeno migratorio contemporaneo. Tra l’ingresso e il rimpatrio esiste infatti una fase intermedia che può durare anni o addirittura decenni e che riguarda milioni di persone presenti stabilmente sul territorio europeo. È la fase dell’integrazione. Ed è proprio su questo terreno che il nuovo Patto mostra la propria maggiore debolezza”.Per Loscerbo “l’esperienza degli ultimi anni dimostra invece che la vera sfida non consiste soltanto nel decidere quante persone possano entrare nel territorio europeo o quali procedure applicare alle domande di asilo. La vera sfida consiste nel comprendere se le persone che vivono stabilmente all’interno delle nostre comunità stiano effettivamente sviluppando un percorso di integrazione fondato sulla conoscenza della lingua, sulla partecipazione alla vita sociale, sul rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e sull’adesione ai valori costituzionali degli Stati membri”.
In compenso, sempre ai primi di giugno il Consiglio e il Parlamento dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo provvisorio anche per un nuovo regolamento sui rimpatri, parte del Patto europeo sulla migrazione. Le norme unificate accelerano le procedure di allontanamento e introducono l’istituzione di “hub di ritorno” in Paesi extra-europei, oltre al riconoscimento reciproco dei provvedimenti di espulsione tra gli Stati membri: praticamente, l’Europa formalmente riconosce la validità del modello italiano dei centri in Albania.
E non è tutto: proprio ieri il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la legge sui rimpatri volontari assistiti, che prevede che chi fornisca assistenza a un cittadino straniero (avvocati, Caf, mediatori culturali) per farlo partecipare a un programma di rimpatrio volontario nel suo Paese di origine, possa ricevere un compenso economico di 615 euro. La norma era contenuta nell’ultimo decreto sicurezza, ma aveva ricevuto l’altolà del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, oltre alla critiche di molti, perché visto come un incentivo agli avvocati per convincere i migranti a tornare a casa propria: il nuovo decreto legge ha aggirato quantomeno i rilievi costituzionali, allargando la platea dei possibili ‘assistenti’ (non solo avvocati, ma anche Caf, mediatori…) e prevedendo che il compenso venga elargito non soltanto in caso di effettivo rimpatrio, ma comunque alla fine del procedimento, qualunque sia poi la decisione del cittadino straniero.
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