Il nuovo rapporto dell’intelligence italiana dedica un focus anche ai cambiamenti climatici e agli impatti sulle migrazioni e sulla sicurezza interna.
Grafici che descrivono gli aumenti della temperatura media, scenari futuri di emissioni, proiezioni dei cambiamenti climatici del 2100. Non è un nuovo report dell’Ipcc, l’International Panel sul climate change, ma la relazione annuale dell’intelligence italiana, i nostri servizi segreti in pratica, che quest’anno dedica un piccolo ma significativo spazio, tra le minacce globali e interne più attuali, proprio al clima, al fianco di terrorismo interno e di matrice religiosa, guerre ibride e sul campo, disinformazione.
Perché la relazione dei servizi segreti parla anche di clima
Il clima, secondo il rapporto di Dis, Aisi e Aise (rispettivamente Dipartimento di informazione per la sicurezza, l’agenzia per la sicurezza interna e quella per la sicurezza esterna) oltre a costituire un problema ambientale in sé, è anche un moltiplicatore di instabilità, in particolare perché produce flussi migratori che, è questo l’approccio dell’intelligence, rappresentano per i governi anche una questione di sicurezza. Una catena causale ormai abbastanza solida da finire in un documento dei servizi.
Il rapporto, nel capitolo dedicato all’evoluzione del fenomeno migratorio, descrive che i cambiamenti climatici “acquistano importanza crescente”. Inondazioni e siccità “più che eventi eccezionali, vanno ascritti alla normalità ricorrente, che incentiva l’emigrazione come necessità di adattamento familiare”. Al punto che se prima si partiva dopo aver subito un evento eccezionale, magari dopo aver perso la propria terra, il proprio raccolto, la propria casa, il proprio lavoro, ora la partenza sta diventando preventiva, programmatica, perché si sa che il disastro prima o poi arriverà.
Il Bangladesh, ad esempio, è citato esplicitamente nel rapporto tra i Paesi che generano flussi “più prevedibili e più costanti, ma anche più difficili da interrompere con strumenti di deterrenza”. Stessa logica per Pakistan, Sudan, Somalia, Yemen: a crisi economiche e conflitti si sovrappongono siccità severe, deterioramento della produttività agricola, crollo dei servizi essenziali. L’intelligence le chiama “crisi ibride” — non guerre, non catastrofi naturali, ma la combinazione dei due — e nel 2026 rappresenteranno “una parte consistente del flusso migratorio che interesserà l’Italia e l’Europa”.
Temperature, oceani, emissioni
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L’analisi è corredata da grafici che, come detto, ricordano quelli dell’Ipcc. Il primo riguarda l’andamento della temperatura terrestre: l’intelligence ricorda che nel 2024, la temperatura media superficiale in Europa ha registrato un’anomalia di +1,5°C rispetto alla media pre-industriale (1850-1900).
Il grafico storico mostra una curva che sale lentamente fino agli anni Novanta, poi accelera con chiarezza. Gli scenari al 2100 dipendono da quante emissioni produrremo: nel migliore dei casi (emissioni “basse”) l’anomalia si attesterebbe a +1,62°C a fine secolo. Nel peggiore(emissioni “molto alte”), si arriverebbe addirittura +4,73°C.
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Il secondo riguarda la temperatura degli oceani. Il Mediterraneo nel 2024 ha registrato un’anomalia di +1,2°C rispetto alla media 1982-2015. E oceani più caldi significano più energia disponibile per eventi meteorologici estremi e innalzamento del livello del mare. Il rapporto lo esplicita: in assenza di misure mitiganti, gli oceani “diventano sempre più serbatoi di enormi quantità di energia”, con conseguenze dirette sulla frequenza delle tempeste e sulla geografia delle coste.
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Il terzo riguarda le emissioni europee e il quadro è tutto sommato positivo: il Green Deal europeo ha prodotto risultati reali e nel 2024 il contributo europeo alle emissioni globali era appena del 5,9 per cento. Ma il problema è proprio l’irrilevanza del dato europeo, che si perde nell’oceano delle emissioni mondiali in aumento: senza ulteriori misure contenitive, nel 2050 supereranno i 67 miliardi di tonnellate.
Ma la vera notizia è proprio il fatto che i “servizi segreti” abbiano iniziato a pre-occuparsi di clima: è il segno che i confini tra sicurezza ambientale, economica e politica sono già dissolti, se una siccità dovuta ai cambiamenti climatici distrugge il raccolto in Sudan e questo spinge centinaia di migliaia di persone verso la Libia e poi verso Lampedusa.
Il rapporto stima che nel 2026 lo scenario più probabile sia quello di “flussi stabili ma di discreta consistenza”, con una “pressione costante destinata a mantenersi negli anni”. Non un’emergenza improvvisa, ma una condizione strutturale dunque: esattamente l’attuale stato dei cambiamenti climatici.
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