Diritti umani

Pena di morte. Le esecuzioni in calo del 37% nel 2016 secondo Amnesty

Il rapporto annuale di Anmesty International sulla pena di morte indica dati positivi. Ma in Cina le stime ufficiali non sono giudicate affidabili.

La Cina si è confermata nel corso del 2016 la nazione al mondo che ha eseguito il maggior numero di condanne a morte. Ad affermarlo è il rapporto annuale sul tema pubblicato l’11 aprile da Amnesty International, secondo il quale il totale è di almeno 1.032 esecuzioni registrate in 23 diverse nazioni a livello globale.

La pena di morte meno utilizzata in Iran e Pakistan

Il dato positivo è il fatto che la cifra risulta in deciso calo rispetto a quella registrata nel corso dell’anno precedente, con una contrazione del 37 per cento. A garantire la diminuzione del numero di pene di morte eseguite in tutto il mondo sono stati soprattutto i cali drastici che sono stati registrati in Iran e in Pakistan. Nelle due nazioni, infatti, sono state effettuate rispettivamente 567 e 87 esecuzioni, il che equivale a riduzioni pari al 42 per cento e al 73 per cento rispetto al 2015.
Tuttavia, il numero di condanne a morte (che comprende non solo quelle eseguite ma anche quelle in attesa di esserlo) risulta ancora alto a livello mondiale: nel 2016 le sentenze hanno riguardato più di tremila persone, in un totale di 55 paesi. In questo caso, inoltre, la dinamica indica al contrario una forte crescita: +56 per cento rispetto all’anno precedente.

“Difficile stimare con certezza i dati della Cina”

Nel proprio rapporto Amnesty International sottolinea poi come sia difficile valutare con certezza il numero esatto di esecuzioni: l’associazione ha sottolineato in particolare il fatto che in Cina spesso le morti non vengono registrate in modo ufficiale. Al contrario, non di rado i condannati vengono uccisi in segreto, e da parte del governo non vengono pubblicate statistiche giudicate affidabili sul tema.

Pena di morte Anmesty
Una manifestazione contro la pena di morte negli Stati Uniti ©Justin Sullivan/Getty Images

La ong parla di “centinaia di casi” di condanne che non figurano negli elenchi ufficiali diffusi dall’esecutivo di Pechino. Così, ad esempio, sulle 931 esecuzioni annunciate pubblicamente tra il 2014 e il 2016, solamente 85 sono menzionate nei database governativi: a non essere classificate sono le “numerose condanne eseguite per terrorismo” o per reati legati al traffico di droga.
Secondo una ong cinese che si occupa di diritti dell’uomo, la Duihua, il dato per il 2016 potrebbe essere “approssimativamente pari a duemila”. Il che rappresenterebbe comunque un calo rispetto ai 2.400 stimati tre anni prima dalla stessa associazione. Human Rights Watch, d’altra parte, aveva già sottolineato nel 2014 come i record di una decina di anni fa, quando si superavano le diecimila esecuzioni all’anno, sono ormai un ricordo.

Gli Stati Uniti ai minimi dal 1991

Buone notizie anche dagli Stati Uniti: per la prima volta negli ultimi dieci anni la nazione non figura nell’elenco dei cinque paesi – oltre alla Cina, anche Iran, Iraq, Pakistan e Arabia Saudita – che hanno effettuato il maggior numero di esecuzioni capitali. Nel corso del 2016, infatti, negli Usa i casi non hanno superato le 20 unità: il numero meno alto mai registrato dal 1991. Inoltre, le morti sono circoscritte quasi unicamente in due stati federali: la Georgia e il Texas.

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