Il futuro dell’Appennino, tra conservazione e integrazione
Nel corso del Festival della soft economy, organizzato da Symbola, una giornata è stata dedicata all’Appennino, per fare il punto a 20 anni dal progetto Ape, Appennino Parco d’Europa.
L’Appennino è molto più di una catena montuosa, è la spina dorsale del nostro Paese, non ha forse la marmorea perfezione né le cime acuminate delle Alpi, è però un luogo di incontri, dove uomini, animali e boschi convivono, e ha giocato un ruolo determinante durante la Resistenza. All’Appennino è stata dedicata un’intera giornata organizzata da Fondazione Symbola, Federparchi e Legambiente svoltasi nel corso del Festival della soft economy, a Macerata e Treia dal 5 al 9 luglio.
Sono passati ventuno anni dalla nascita del progetto Ape, acronimo di Appennino Parco d’Europa, iniziativa nata nel 1995 per coniugare progetti di conservazione con le politiche di sviluppo territoriale e rurale, riconoscendo la montagna come risorsa strategica. In occasione del festival, a cui hanno partecipato tutti i principali rappresentanti del mondo dei parchi e numerose istituzioni, è stata varata una sorta di versione 2.0 del progetto Ape, per tirare le somme e prepararsi ad affrontare le sfide del futuro.
Lo sviluppo sostenibile delle montagne
Nel secondo dopoguerra numerose aree montane e pedemontane hanno assistito ad un intenso spopolamento, in particolare nelle zone appenniniche. Gli investimenti e le risorse sono state concentrati nelle pianure e nei grandi centri urbani condannando così le comunità montane. Il territorio montano corrisponde quasi ai tre quinti della superficie nazionale e ospita attualmente solo un quinto della popolazione. Il progetto Ape è nato anche per favorire lo sviluppo sostenibile delle montagne, aree troppo a lungo emarginate. La nuova fase del progetto parte proprio da qui, dalle esperienze virtuose che, in questi anni, hanno visto le comunità, gli enti, le amministrazioni locali e i parchi dialogare e crescere.
Montagne di integrazione
Dopo la fase di abbandono gli Appennini si stanno gradualmente popolando di nuovo, grazie agli immigrati. Visti troppo spesso come una minaccia o quantomeno un problema, nelle comunità montane gli immigrati sono diventati un’inestimabile risorsa, demografica economica e sociale. “Negli ultimi venti anni sull’Appennino si è integrato il 21,3 per cento degli immigrati arrivati in Italia”, ha dichiarato Alessandro Rinaldi di Unioncamere. Gli immigrati si sono spinti sull’Appennino attirati dai bassi costi delle abitazioni e con la loro presenza hanno contrastato il degrado dei boschi, dei pascoli e dei borghi, salvando un patrimonio di incalcolabile ricchezza. È però necessario continuare ad alimentare l’integrazione, ha ricordato Carlo Cambi, giornalista e scrittore, e far sì che “diventino i nuovi appenninici”.
Il valore dei parchi
“L’Appennino ha in sé un immenso valore dicotomico fatto di tradizione e innovazione – ha affermato Rossella Muroni, presidente di Legambiente. – Credo che i parchi possano rappresentare per il Paese un laboratorio di innovazione economica, vinceranno questa sfida se riusciranno a fare sistema in questa fase di crisi economica. È il momento di passare alla definizione e all’attuazione di una strategia nazionale in grado di assicurare una più efficace governance dell’Appennino e di proiettarsi sullo scenario euromediterraneo attraverso un accordo istituzionale tra il governo, le regioni, gli enti locali e quelli di gestione delle aree protette, aperto al protagonismo e al coinvolgimento delle associazioni, delle imprese e delle tante organizzazioni della società, in particolare del territorio”.
Il ritorno di questo raro ungulato, endemico dell’Italia centrale, è merito dello straordinario progetto di reintroduzione Life Coornata, avviato nel 2010 dai cinque parchi sopracitati con la collaborazione di Legambiente e realizzato grazie allo strumento finanziario Life+ dell’Unione europea
I successi della conservazione
Nell’ultimo ventennio sono stati raggiunti straordinari obiettivi per quanto riguarda la conservazione delle specie animali e vegetali italiane. “L’orso marsicano e il pino loricato sono simboli di specie salvate dai parchi. – ha spiegato Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi – Ricordiamo inoltre il camoscio appenninico, che era prossimo all’estinzione e oggi è diffuso in cinque parchi appenninici. Abbiamo un incredibile patrimonio fatto di boschi, foreste e animali, dobbiamo farlo fruttare con un sistema. La diversità tra le aree rappresenta un valore aggiunto, ma il modello di sviluppo da perseguire deve essere unico”.
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