Cop 26

Perché l’Isis ha colpito anche chi lotta per il clima

Perché l’Isis sarebbe felice di un fallimento della Cop 21? La chiave è sempre la stessa. Lo sfruttamento e il dominio sulla risorsa più “sporca” del mondo: il petrolio.

L’Isis ha messo a segno un colpo che rischia di passare inosservato. Il governo francese ha vietato le due marce per il clima previste a Parigi una il 29 novembre, la vigilia dell’inizio dei lavori della Cop 21, e l’altra il 12 dicembre, il giorno dopo la loro conclusione. Nelle motivazioni si legge che la decisione è stata presa per “evitare rischi ulteriori” e per garantire la sicurezza dei cittadini e di coloro che arriveranno nella capitale francese per parlare di cambiamenti climatici. Al contrario, sono state confermate tutte le attività previste al chiuso.

Molti saranno d’accordo con questa decisione perché il rischio è concreto e la paura ancora troppa, ma questa scelta non può che essere vista come una sconfitta della civiltà e di tutti coloro che da mesi, da anni si battono per portare la questione climatica e la lotta al riscaldamento globale in cima alle agende politiche dei governi e sulle prime pagine, sulle homepage dei giornali.

 

Un fallimento di successo

È un caso, dunque, che l’attacco terroristico di Parigi sia stato sferrato a poche settimane dall’inizio dalla conferenza sul clima più importante dal 2009? Forse sì, scrive Oliver Tickell sull’Ecologist, aggiungendo, però, che un possibile fallimento della conferenza o un accordo globale con obiettivi non vincolanti, per non dire inutili, non può che compiacere l’organizzazione terroristica che incassa milioni di dollari al giorno grazie al petrolio.

 

isis francia bombardamenti
Un’esplosione a Kobane, in Siria, per colpire l’Isis © Gokhan Sahin/Getty Images

 

Di sicuro la Francia è tra i paesi che più sta bombardando lo Stato Islamico in Siria. E altrettanto sicuramente le banlieue, le periferie parigine, sono zone dove il disagio degli immigrati è montato esponenzialmente negli ultimi anni. Eppure deve esserci un legame più stretto, oggi, tra la Ville lumière e l’attacco terroristico subito.

 

Un allineamento quasi perfetto

Dalla Cop 15 del 2009, la fallimentare conferenza sul clima di Copenaghen, in Danimarca, è la prima volta che i negoziati delle Nazioni Unite arrivano a un punto di svolta. Il loro obiettivo è raggiungere l’accordo più ampio possibile per contenere l’aumento della temperatura media globale entro i due gradi centigradi. E Parigi sembrava essere l’occasione perfetta. Gli Stati Uniti erano pronti ad assumere la leadership grazie a un Barack Obama in procinto di lasciare la Casa Bianca ed essere ricordato come il presidente del clima. Il Canada aveva appena svoltato grazie alla vittoria del riformista Justin Trudeau. L’Unione europea era la prima della classe, mentre l’Australia aveva liquidato il primo ministro Tony Abbott, uno dei pochi negazionisti rimasti al mondo.

 

justin trudeau primo ministro canada
Justin Trudeau (al centro) © Aaron Vincent Elkaim/Getty Images

 

Tutti allineati in modo perfetto. Fino al 13 novembre, giorno in cui un gruppo di invasati ha cancellato in poche ore l’impegno di anni di milioni di persone. A differenza di Copenaghen, le strade di Parigi non saranno piene di persone in festa che cantano cori e sventolano cartelloni con la scritta “You know what to do, cut down CO2” o “There is no Planet B”. Non ci saranno concerti sotto la neve o banchetti del Wwf e di Greenpeace animati da volontari vestiti da panda o con indosso la tipica pettorina verde. E c’è da aspettarsi che i leader mondiali che si incontreranno al sito fieristico di Le Bourget non parleranno di riduzione dei gas serra, quanto di sicurezza e frontiere.

 

Il petrolio dei terroristi

E allora bisogna dirlo che coloro che ci guadagneranno dal clima gelido che circonderà Parigi nei primi giorni di dicembre saranno proprio loro, i terroristi dell’Isis. Gli stessi che ogni giorno si portano a casa una cifra compresa tra 1,5 e 3 milioni di dollari dalle vendite clandestine di petrolio. Loro che non vedrebbero di buon occhio un limite al consumo dei combustibili fossili.

È così improbabile immaginare che, anche se gli attacchi non erano mirati a colpire direttamente la Cop 21, i terroristi ne abbiano discusso, magari via web, prima di decidere dove e quando attaccare? A maggior ragione, allora, non bisogna avere paura e tapparsi in casa, anzi bisogna usare l’Isis per dire, una volta di più, che non ci servono il petrolio e i combustibili fossili. Per proteggere il clima della Terra, ma anche per non alimentare il terrorismo, la violenza e le stragi di innocenti. Bloccare gli investimenti nell’oro nero vuol dire aumentare proprio quella sicurezza internazionale che tanto preme ai capi di stato e di governo. Oggi abbiamo bisogno di occupare le strade di Parigi e di tutto il mondo per chiedere a gran voce un accordo globale e vincolante. Un accordo storico e non un’occasione persa.

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