Se tutto il mondo seguisse l’esempio recente dei paesi più poveri e più vulnerabili di fronte agli impatti dei cambiamenti climatici, probabilmente ci troveremmo in una situazione meno drammatica. Almeno per quanto riguarda lo sviluppo delle energie rinnovabili. A spiegarlo è uno studio pubblicato dal think tank britannico Ember, che ha evidenziato i progressi “straordinari” centrati da 74 stati membri del Climate vulnerable forum, organizzazione delle nazioni che patiscono maggiormente la crisi climatica.
"For the first time, developing countries can build a cheaper, more reliable energy path to prosperity on their own terms," says report author Daan Walter.
Solare, un terzo delle nazioni del Climate vulnerabile forum ha superato gli Usa
I paesi in questione – africani, asiatici, sudamericani e del Pacifico – rappresentano il 3,9 per cento del Prodotto interno lordo mondiale, nonostante vi abitino ben 1,7 miliardi di persone (di cui circa 500 milioni ancora privi di un accesso all’energia elettrica). Per loro, lo sviluppo delle rinnovabili significa cogliere l’opportunità di affrancarsi da condizioni che spesso sono di grave arretratezza economica e sociale.
Secondo il rapporto di Ember, un terzo di questi stati ha già superato gli Stati Uniti in materia di percentuale di produzione di energia da solare fotovoltaico nei loro mix energetici nazionali. E una decina di loro fa meglio della nazione nordamericana anche in termini di quota nei consumi finali (che negli Usa è pari al 20 per cento). Si tratta inoltre di cifre che potrebbero essere ampiamente sottostimate, poiché le statistiche in molti casi non sono complete, e l’80 per cento degli stati membri del forum risulta aver importato, dal 2017, almeno il triplo dei pannelli solari rispetto alla capacità installata ufficiale.
“Negli ultimi anni abbiamo assistito a qualcosa di miracoloso”
In particolare, in Namibia la quota di produzione di energia elettrica da solare fotovoltaico è passata, tra il 2017 e il 2024, dal 6 al 35 per cento. In Marocco quella da eolico è raddoppiata dal 2018 ad oggi. In Etiopia, nel parco auto si è passati dall’1 al 6 per cento di veicoli elettrici. Similmente, in Vietnam sono stati venduti 250mila esemplari di bici e scooter elettrici soltanto nel 2024.
“Nel corso degli ultimi due-tre anni, abbiamo assistito a qualcosa che ha del miracoloso – ha commentato Daan Walter, direttore di Ember -. Le nazioni più povere del mondo, che spesso vengono presentati come i fanalini di coda nella transizione energetica, sono riusciti a fare dei passi avanti giganteschi”.
Il fattore-chiave: l’enorme calo dei costi delle rinnovabili
A permettere alle nazioni meno sviluppate di poter godere dei vantaggi legati alle rinnovabili è soprattutto un fattore: l’enorme calo dei costi che si è verificato negli ultimi anni. Ciò, unito alla facilità di installazione soprattutto dei piccoli impianti, ha consentito alle fonti di energia pulite di attecchire.
Ma anche per quanto riguarda le infrastrutture più grandi, Ember sottolinea che gli investimenti necessari per un parco solare sono meno importanti ormai rispetto a quelli necessari per un impianto a carbone o a gas. “Per le economie emergenti, è questo l’elemento-chiave – prosegue Walter -. Stiamo vivendo un momento cruciale. I paesi che dispongono di risorse limitate non sono più costretti a scegliere le fonti fossili”. Il che significa affrancarsi da una dipendenza pesantissima in termini finanziari.
Il processo di elettrificazione nei paesi del Climate vulnerable forum @ Ember
Anche il processo di elettrificazione e di risparmio energetico sta beneficiando della stessa dinamica: il rapporto del think tank di Londra sottolinea come a crollare, negli ultimi quindici anni, siano stati anche i prezzi di lampadine a Led, climatizzatori, frigoriferi o ancora dei piani cottura elettrici. I cali sono stati compresi infatti tra il 27 e il 95 per cento.
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