Dal 2006 l’hospice milanese Casa Vidas ha accolto quasi 9mila persone, offrendo cure gratuite e un’attenzione ai desideri di ciascuno.
Un luogo aperto alla cittadinanza per rispondere alle domande esistenziali più difficili: è lo Spazio culturale Vidas.
In una società che corre veloce, ci sono domande che continuano a riguardare tutti ma che trovano sempre meno spazio nel dibattito pubblico. Che cosa significa prendersi cura? Come si affronta la fragilità, propria e altrui? Come si attraversano il cambiamento, la perdita, il lutto?
Per provare a riaprire queste conversazioni nasce a Milano lo Spazio culturale Vidas, un nuovo luogo aperto alla cittadinanza che sarà inaugurato a novembre in via Belfiore 7. In linea con la missione fondativa dell’associazione, lo spazio nasce dalla convinzione che la cura non sia soltanto una pratica sanitaria. È anche una questione culturale, sociale e civile.
“Da sempre Vidas affianca all’assistenza sociosanitaria un’intensa attività culturale e di sensibilizzazione”, spiega Raffaella Gay, direttrice comunicazione istituzionale e discipline umanistiche dell’organizzazione. “I temi legati al vivere e al morire non possono restare confinati all’esperienza privata: riguardano tutti noi e il modo in cui immaginiamo la società in cui viviamo.”
La settimana inaugurale, dal 9 al 15 novembre, offrirà una prima anticipazione di questo approccio attraverso linguaggi e prospettive differenti. Tra gli ospiti in programma, Nando Dalla Chiesa e Gabriella Caramore, che accompagneranno il pubblico in riflessioni che intrecciano memoria, corpo e relazioni.
Accanto agli incontri con autori, trovano spazio anche proposte dedicate alla partecipazione attiva. Tra queste, un appuntamento sulle Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), per comprendere come esprimere in anticipo le proprie volontà di cura e affrontare con maggiore consapevolezza decisioni che riguardano il fine vita. Uno strumento ancora poco conosciuto, ma centrale per promuovere autodeterminazione e dialogo all’interno delle famiglie.
Non mancano poi format innovativi come il Death Café, nato nel mondo anglosassone e oggi diffuso a livello internazionale, che invita le persone a confrontarsi liberamente sui temi della vita e della morte, trasformando un argomento spesso considerato tabù in un’occasione di ascolto e scambio.
La settimana inaugurale rappresenta solo il primo passo di un progetto destinato a proseguire nel 2027 con un calendario continuativo di iniziative aperte alla città. Perché la cura non riguarda soltanto chi vive una malattia, ma il modo in cui una comunità sceglie di stare accanto alle persone nei momenti di maggiore vulnerabilità. E per questo ha bisogno di luoghi in cui essere pensata, raccontata e condivisa.
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