“Le Maldive autentiche, l’arcipelago raccontato dalla sua comunità” è un documentario di Nicolò Piccione

Evanescente e impalpabile, quasi un miraggio quello che fa brillare le Maldive di colore. Il bianco, il turchese, l’acquamarina, tonalità e densità di colori inconfondibili, trasparenze difficili da ritrovare altrove. Sembrano fatte di una sostanza diversa dal resto della materia, queste isole sembrano appartenere ad un altro mondo. Se a volo d’uccello si scende al livello del mare, planando sulla spiaggia bianca o penetrando nella vegetazione tropicale rigogliosa che ricopre queste lingue di sabbia che appena affiorano dal mare, un ritmo lento ci accoglie, una vita a misura d’uomo, fatta di persone e di sorrisi. Sono i maldiviani, un popolo mite e tranquillo che da sempre conduce una vita tranquilla, in armonia con una natura che offre ciò che ha, abbondante nella sua semplicità.

La vera anima delle Maldive

Già solo il nome delle Maldive evoca acque cristalline, palme e spiagge bianche, un’esplosione di colori e vita sottomarina colorata, relax e luoghi da sogno. La diffusione dei resort di lusso ha portato fino a noi questo immaginario paradisiaco e lo ha reso un’icona del turismo più esclusivo.

La vita dei maldiviani però non è questa. I resort, costruiti e gestiti da società straniere, sono luoghi dove la popolazione locale lavora, magari vive, ma sono estranee alla loro realtà, alle loro tradizioni. E nel tempo anche quest’immagine potrebbe cambiare, più per necessità che per volontà, per ragioni che riguardano il turismo, i cambiamenti climatici, e le sfide con cui si deve confrontare il mondo complesso e interconnesso in cui viviamo: la necessità di cambiare il modello di sviluppo che si è rivelato non sempre sostenibile.

Con l’andare del tempo, l’esplosione del turismo ha dato vita a due realtà differenti, isole a due velocità. Da una parte quelle che ospitano i resort, dall’altro quelle che invece, ospitano villaggi tradizionali, che chiameremo solo villaggi. Se l’immagine è simile tra un’isola e l’altra, ciò che fa la differenza è quello che c’è sopra: il livello di antropizzazione del luogo, la tipologia di costruzioni e l’attività che vi si svolge. Da molti punti di vista queste sono realtà completamente diverse: e anche il viaggiatore può provare due esperienze differenti.

Maldive autentiche
Una immagine tipica che si può trovare in molte isole delle Maldive abitate © Nicolò Piccione

È proprio da un’esperienza di turismo comunitario e su piccola scala nell’isola di Vashafaru, nel nord del Paese, che nasce questo documentario, un’esperienza autentica, che ha aperto uno spiraglio sulla vita più vera e originale di queste comunità. Infatti è in una dimensione contenuta, in uno sviluppo lento, in un rapporto equilibrato tra uomo e natura e le risorse che essa offre, che si scopre il vero spirito delle Maldive, la loro cultura, la loro autenticità, le Maldive come un angolo di vero paradiso.

I protagonisti di questo viaggio sono i maldiviani di Vashafaru, Iqubaal Adam, imam e capo dell’isola, Mohamed Waheedh, ex sindaco di Vashafaru e gestore di una guesthouse così come anche Mohamed Athif e Paola Pesce, italiana trasferitasi sull’isola ormai nove anni fa con un desiderio: far conoscere l’anima delle Maldive avvicinando turisti e comunità locale. Vivendo qui Paola ha scoperto un segreto profondissimo: “L’anima delle Maldive sono i maldiviani, i loro sorrisi, i loro occhi, i loro bambini”, racconta.

Il delicato equilibrio tra risorse e essere umano

Le palme sono risorse importantissime e di grande valore per i maldiviani e Adam ricorda che tutti ne volevano possedere sempre di più. Della palma non si butta via nulla, ogni parte viene impiegata in diversi ambiti della vita. La palma, una singola pianta, così importante. In un territorio piccolo e con un ecosistema molto uniforme, con una base così limitata di risorse su cui possono fare affidamento, gli abitanti hanno imparato ad adattarsi e ad attingere da quel paradiso tutto quello che serve loro per vivere. E sono andati avanti così per secoli, in equilibrio con l’ambiente che abitavano, senza esercitare un carico eccessivo su di esso e portando avanti uno sviluppo sostenibile. Con il tempo, la presenza di molte persone, ha impattato l’ecosistema delle isole: persone che consumano risorse, cibo, acqua, suolo e lasciano dietro di sé rifiuti solidi e liquidi.

Prima dell’avvento del turismo la popolazione viveva di pesca e la cultura ruotava completamente intorno al mare. La conformazione stessa dell’arcipelago, che copre una superficie di 115mila chilometri quadrati di mare, per una superficie emersa effettiva di soli 300 chilometri quadrati, può aiutarci a mettere le cose in prospettiva. Se la biodiversità marina è enorme, e l’ecosistema del corallo è un’esplosione di colori e specie di flora e fauna, sulla terra la vegetazione è relativamente uniforme, e la varietà limitata, anche a causa della dimensione contenuta delle isole, della scarsità di acqua dolce e della bassissima elevazione delle isole che, per quasi tre quarti della superficie, si trova a meno di un metro dalla media del livello del mare.

Maldive autentiche
I maldiviani sono e sono sempre stati un popolo di pescatori © Nicolò Piccione

Breve storia del turismo alle Maldive

Il turismo di lusso è nato nel 1972: tutto è iniziato con l’apertura di un resort esclusivo, chiamato Kurumba, proprio come la noce di cocco, su un’isola poco lontana dalla capitale Male. L’idea è stata di un imprenditore di origini italiane, George Corbin, che non si è fatto spaventare dalla mancanza di infrastrutture e ha iniziato un’attività che ha cambiato letteralmente il volto di un Paese. Dopo questo inizio, il turismo alle Maldive ha visto una crescita esplosiva, passando dai circa 200 posti letti iniziali agli 11.300 del 1982, solo dieci anni più tardi, distribuiti tra più di 74 resort, 50 guesthouse e 40 yacht. Oggi, il turismo è il settore più grande del Paese, contribuisce per più del 28 per cento del prodotto interno lordo e genera il 60 per cento della valuta estera.

Le sfide dello sviluppo nella vita di tutti i giorni

Importare beni e plastica insieme

I maldiviani si sono adattati a vivere con quello che avevano, con il loro carattere mite e il loro stile di vita tranquillo. Tutto molto diverso rispetto a quello a cui siamo abituati in Europa, come racconta Paola Pesce: “In Europa se ci manca qualcosa usciamo e lo andiamo a prendere. Qui alle Maldive questo non è possibile. Qui si vive alla giornata, non si pianifica, si prende ciò che arriva”.

Sebbene il mondo globalizzato abbia portato un diverso livello di servizio anche alle Maldive, e le persone possano ora fare affidamento su prodotti di importazione, rimangono comunque dei limiti consistenti. Le Maldive sono isole remote, disperse nell’Oceano Indiano a sud ovest dell’estremità dell’India a coprire una superficie enorme, e quando si parla di trasporti bisogna considerare che c’è anche una distanza che separa ogni isola dalla capitale Male, centro di smistamento e operativo del Paese. Inoltre, la popolazione conta più di 540 mila persone, distribuite su 187 isole abitate: raggiungerle tutte individualmente è un’ulteriore sfida.

Per sopperire alla mancanza di risorse nel Paese, quindi, e alle necessità degli abitanti e dei turisti che hanno standard piuttosto elevati, moltissimi prodotti oggi vengono importati da oltreoceano. Questo, oltre ad avere un forte impatto dovuto al trasporto in sé, implica anche l’importazione di molta plastica e molti imballaggi che generano gravi problemi di gestione dei rifiuti sulle isole.

Maldive autentiche
L’aumento del turismo e le importazioni di beni contribuiscono all’inquinamento da plastica sulle spiagge delle Maldive © Nicolò Piccione

Il governo maldiviano impone che i resort abbiano inceneritori, compattatori di rifiuti e di bottiglie e vietano espressamente la combustione di rifiuti all’aperto. Allo stesso modo impone depuratori delle acque e una gestione attenta dei reflui. Le isole più sviluppate, che hanno vocazione puramente turistica, hanno risorse e soldi per gestire i rifiuti e ripulire le spiagge dai rifiuti che vi approdano anche dalle altre isole. Quelle dove vivono i maldiviani, invece, non sempre riescono a stare al passo. La plastica e i sacchetti si disperdono nell’ambiente, finiscono sulle spiagge, si incastrano nei coralli e portano alla loro distruzione. Ovviamente questo ha un impatto negativo anche sull’esperienza dei turisti stessi che vedono l’impatto della plastica sulle spiagge, sulla fauna e sulla flora marina, ma è un circolo vizioso, perchè l’aumento del turismo ha esacerbato questo problema: più turisti causano più inquinamento e più importazioni dall’estero. Per fortuna il governo ha già implementato un programma di graduale eliminazione della plastica monouso che dovrebbe arrivare a completamento nel 2023: si tratta di un divieto a importare, produrre e vendere plastica monouso che ha interessato inizialmente cannucce, piatti, vari oggetti, sacchetti e confezioni monouso, poi è stato esteso a bottiglie per acqua e bibite sotto i 500 ml, eccetto per l’acqua da bere.

Il feeding

Il ministero del turismo maldiviano già dal 2003 ha imposto il rispetto della fauna e dell’ecosistema delle Maldive da parte dei viaggiatori e degli operatori turistici. In particolare ha vietato una delle pratiche più diffuse, e anche dannose, il cosiddetto feeding, l’abitudine di attirare pesci, squali e razze, dando loro del cibo. Questa pratica viene purtroppo perseguita anche se ha causato anche incidenti che hanno coinvolto delle persone. Ma il danno più grosso è quello che viene causato agli animali stessi  sconvolgendo le loro abitudini, la loro natura selvaggia e l’ecosistema, alterando la loro capacità di cacciare, dando loro del cibo che non è equilibrato o sano per le loro esigenze, generando dipendenza in questi animali che sono selvaggi e tali devono rimanere, con una certa diffidenza nei confronti dell’uomo che non fa parte del loro habitat naturale. Questo è un esempio di turismo non sostenibile e non rispettoso dell’ambiente che lo ospita. Al contrario, bisogna rispettare gli animali, le loro abitudini, la loro natura e tenerli a debita distanza per non interferire nella loro vita. E non cedere alla tentazione di accontentare il turista in qualsiasi modo solo perché è una fonte così importante di guadagno.

Le Maldive e i cambiamenti climatici

Ventisei atolli, 1.192 isole di corallo di cui 187 abitate, una densità elevatissima per i suoi 524mila abitanti che vivono su 300 chilometri quadrati, un’altitudine media sul livello del mare di un metro. Formazioni circolari con un diametro che raggiunge anche i cento chilometri, gli atolli sono facilmente riconoscibili se osservati dall’alto, mentre a livello del mare prendono normalmente la forma di sottili strisce di terra. In generale, al centro si trova una laguna, collegata con il mare aperto da numerosi canali.

Le Maldive sono piccoli stati insulari in via di sviluppo (Sids, small island developing states), una definizione che è stata coniata nel 1992 alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro. Tra i Sids rientrano circa sessanta Paesi nel mondo, la cui popolazione aggregata rappresenta solo l’uno per cento di quella globale, ma che condividono sfide e pericoli ben definiti, fragilità uniche a livello sociale, economico e ambientale. Tra le sfide più grandi, il loro isolamento che li costringe ad appoggiarsi all’importazione dall’estero ma causa altresì elevati costi di trasporto. La grande maggioranza delle risorse per questi Paesi viene dal mare, e la zona di sfruttamento è fino a enorme rispetto alla superficie terrestre. Questi fattori, insieme alla popolazione limitata, e l’ecosistema fragile, rendono le sids particolarmente vulnerabili alla perdita di biodiversità e climate change, perché mancano di alternative valide. Tutto è più caro, in questi paesi, persino prendere un finanziamento, e spesso quindi vengono tagliati fuori dall’accesso al credito. I sids, e le Maldive a pieno titolo, sono in prima linea nella lotta esistenziale ai cambiamenti climatici. “Cosa c’è in gioco? La domanda giusta da fare è cosa non è in gioco”, sostiene in un’intervista la ministra dell’Ambiente Aminath Shauna. “Non c’è un pezzo di terra più elevato su cui ci possiamo rifugiare. Siamo noi, le isole e il mare. 80 per cento delle nostre isole hanno un’elevazione inferiore a un metro sul livello del mare. Oltre il 90 per cento delle isole subiscono allagamenti ogni anno. Il 97 per cento hanno erosione delle coste e il 64 per cento delle isole ha erosione severa. Il 50 per cento di tutte le nostre case stanno entro cento metri dalla costa”. Un quadro che non lascia spazio ad errori.

oceano pacifico
L’equilibrio dell’ecosistema delle Maldive è molto delicato © Nicolò Piccione

L’innalzamento del livello del mare

L’elevazione pressoché nulla sul livello del mare, rende queste isole molto vulnerabili rispetto all’innalzamento del livello degli oceani: ad un ritmo di crescita di 3-4 millimetri l’anno, stime dicono che queste isole così basse potrebbero diventare inabitabili entro il 2050. A Vashafaru questo problema non è percepito, ma è già iniziata la costruzione di un’isola artificiale dove spostare i cosiddetti rifugiati climatici quando il mare sarà salito.

Intanto, nel tempo l’uomo ha cercato di strappare un po’ di terra al mare e la superficie abitata delle isole è aumentata, come si vede da questa impattante foto della Nasa. Ma non è detta l’ultima parola: “La cosa fondamentale da capire è che queste isole non sono statiche. Non stanno lì ferme passivamente come se fossero in una vasca da bagno e annegano lentamente,” dice Murray Ford, geologo dell’Università di Auckland. “Sono costantemente rimodellate dai processi oceanografici e sedimentari.” Le isole sono vive e hanno risorse a cui attingere.

L’erosione delle coste

I viaggiatori che vengono alle Maldive per godere delle acque cristalline che abbracciano questi luoghi unici dovrebbero sapere che questa unicità è anche motivo della loro fragilità. Gli atolli sono strutture mobili, la loro conformazione è determinata dall’accumulo di materiale organico, che si adatta a diverse condizioni ambientali, tra cui le correnti e le onde dell’oceano, la localizzazione dell’isola all’interno dell’atollo, la salute della flora e della fauna sottomarina e della vegetazione costiera. I detriti si muovono continuamente e cambiano la forma delle isole, le correnti fanno sì che si accumuli materiale da una parte e favoriscono l’erosione dall’altra. Quindi l’isola in un certo senso si autoregola, sempre che strutture inanimate non si interpongano allo scorrere della vita. La minaccia dell’erosione delle coste è un’altra faccia della stessa medaglia. Ogni intervento ingegneristico e costruttivo sull’isola, infatti, come barriere, frangiflutti o moli, genera uno sconvolgimento dell’equilibrio delle isole e impedisce la libera circolazione delle correnti e dei detriti e in alcuni casi la movimentazione del fondo marino per il dragaggio porta al soffocamento dei coralli. È un circolo vizioso, laddove si interviene per proteggere una zona dell’isola, si peggiora la situazione in un’altra.

E se da una parte il governo cerca di costruire nuove barriere e difese contro l’erosione costiera, uno studio mostra che l’azione delle onde,  gli allagamenti, le inondazioni, su un territorio a così bassa elevazione, hanno anche un’azione positiva, perché porta sull’isola nuovi sedimenti e innalza l’elevazione dell’isola stessa, ma questo vale solo se la barriera corallina è sana e produce residui da trasportare. Ma l’impatto dei fenomeni atmosferici estremi su piccole isole come le Maldive possono essere disastrose. Se le isole sono disabitate, il mare e il vento passano e se ne vanno, e la natura resiliente torna a fiorire. Ma se le isole sono costruite, la distruzione è ad un altro livello. Per questo, ancora una volta, la presenza umana interferisce con la dinamica e il corso della natura. Ma in questo caso, a farne le spese potrebbero essere davvero le comunità del luogo.

Maldive autentiche
Le comunità che vivono sulle isole sono particolarmente esposte a fenomeni atmosferici estremi © Nicolò Piccione

I coralli a rischio

“Nel dicembre del 2004 lo Tsunami fa molti danni in tutte le Maldive compresa Vashafaru”, racconta Iqubaal Adam. I coralli ne hanno risentito, ma il problema principale rimane quello dell’aumento della temperatura delle acque.

Nel 1998 la barriera corallina del Paese ha sofferto di un esteso fenomeno di sbiancamento che ha ucciso il circa novanta per cento dei coralli. Viste queste premesse, ogni danno ulteriore ai coralli devono essere presi seriamente, come si legge in un documento dell’Programma Ambientale delle Nazioni Unite. Nel febbraio 2005 una spedizione scientifica ha rilevato che “Lo studio indica che il danno diretto generato dallo tsunami sui reef è di rilevanza minore. In ogni caso, i reef delle Maldive avevano appena iniziato la fase di recupero dall’intenso fenomeno di sbiancamento del 1998 e pertanto le conseguenze più significative dello tsunami sui coralli sono da intendersi in questo senso, che inibisce questa ripresa.”

Il fenomeno dello sbiancamento è una risposta a una situazione di stress che fa sì che i coralli espellano delle alghe microscopiche che sono quelle la cui fotosintesi permette la costruzione della struttura tridimensionale della barriera corallina. In questo caso il corallo non muore ma è fortemente indebolito, avendo perso una fonte di cibo importante e rimanendo più esposto alle malattie. Lo sbiancamento di massa è causato dall’aumento della temperatura dell’acqua associata ai cambiamenti climatici. È sufficiente un picco di 1-2 gradi per causare questo fenomeno e le emissioni di carbonio hanno già causato un aumento di un grado nella temperatura superficiale rispetto all’era pre-industriale. Anche l’acidificazione dell’oceano dovuto alla dissoluzione della CO2 presente nell’atmosfera è motivo di stress ulteriore per i coralli.

Acqua potabile, bene prezioso e scarso

E se l’idea che le Maldive vengano sommerse dal mare è uno scenario drammatico e molto impattante, il problema forse più grave al momento è quello della scarsità d’acqua. Già oggi regolarmente ogni anno la mancanza di acqua potabile nelle isole più esterne è una realtà che richiede l’invio di forniture di emergenza dalla capitale Male di acqua in plastica. Processo chiaramente molto costoso e rischioso, visto che il trasporto può richiedere anche due settimane. La popolazione delle isole esterne vive con un reddito molto basso a in parte sotto la soglia della povertà, con poco meno di ​​2 euro al giorno, e questo rende l’acquisto di acqua in bottiglia una soluzione troppo costosa e inaccessibile per loro: l’utilizzo di acqua potenzialmente contaminata pone gravi rischi per la salute.

La fonte di acqua  per i maldiviani è tradizionalmente la pioggia, recuperata tramite collettori e tramite l’accumulo naturale nel sottosuolo, in una sorta di bolla. In un ambiente estremamente esposto agli elementi come quello delle Maldive, lo sconvolgimento delle stagioni dovuto ai cambiamenti climatici, con la relativa riduzione dell’apporto di acqua piovana e la più rapida evaporazione dell’acqua a causa delle più alte temperature, determina una scarsa affluenza dell’acqua nel sottosuolo ad alimentare le riserve. Inoltre, a causa delle attività umane e di una gestione delle risorse insostenibile, come un eccessivo prelievo di acqua, le falde di acqua dolce stanno gradualmente estinguendosi. Già oggi sulla maggior parte delle isole l’acqua non è più potabile, contaminata dall’acqua salata che sale di livello o dalle acque reflue, o ancora da infiltrazioni causate dalle inondazioni periodiche dovute a eventi meteorologici violenti. In alcune isole più popolose, come la capitale Male, le persone fanno affidamento sul desalinizzatore ma per avere una vera sicurezza sarebbe necessario diversificare. Con i finanziamenti del Green climate fund è in dirittura di arrivo la costruzione di un sistema integrato di gestione dell’acqua che dovrebbe garantire una maggior sicurezza agli abitanti soprattutto delle isole più esterne grazie anche a nuovi desalinizzatori alimentati con energia pulita e nuovi collettori per l’acqua piovana. Risolvere il problema dell’acqua è una delle maggiori sfide per le Maldive di oggi.

L’intervento del governo delle Maldive

La situazione sempre più critica sembra davvero aver dato una scossa all’azione del governo che, come annunciato dalla ministra Shauna, ha messo in campo numerose misure e un approccio a trecentosessanta gradi che non include solo le barriere di cemento, che comunque ad ora sono state installate nella quasi totalità delle 187 isole abitate per contastre l’erosione. La situazione problematica è sfaccettata, e le risposte devono essere altrettanto variegate. C’è un il già citato divieto di utilizzo di plastica monouso in programma per il 2023, due progetti per migliorare la gestione dei rifiuti e mettere fine all’usanza di bruciare i rifiuti sulle isole, c’è un piano per proteggere il 20 per cento delle risorse marine entro il 2030, mare, pesci, mangrovie e barriere coralline, che a loro volta sono le prime barriere naturali che difendono le isole dall’erosione e dall’innalzamento del mare. Ecco che il cerchio si chiude.

Le minacce per queste isole sono numerose, soprattutto dal fronte dei cambiamenti climatici e a causa della loro conformazione, in particolare la loro limitatissima elevazione: forti precipitazioni, allagamenti, erosione delle coste, acqua potabile scarsa o inadeguata sono problemi che sono già diventati la norma. Molti genitori cominciano a non vedere un futuro per i propri figli sulle isole. L’immagine che abbiamo oggi delle Maldive è stata generata da uno sviluppo che non è stato completamente sostenibile a livello ambientale e sociale, per questo è necessario avvicinarsi ad un altro paradigma.Uno sviluppo più sostenibile è quello che dovrà assicurare un futuro a queste isole meravigliose, uniche e fragili, uno sviluppo che sappia proteggere l’ambiente che lo sostiene e lo ha sostenuto fino ad ora. E insieme ad esso, difendere l’anima delle Maldive e del suo popolo.