Azione antisclerotica e anestetica del peperencino

Recenti studi condotti in Giappone hanno confermato che la capsicina, principio attivo del peperencino, ha sul sangue una azione fibrinolitica e anche anestetizzante.

La fibrina è una specie di reticolo che va ad avviluppare
quegli accumuli di piastrine che si sono andate formando sulle
piccole lesioni create dal tempo a danno delle nostre povere
arterie. Tappano il buco ma creano, con la fibrina con i globuli
bianchi, rossi e il calcio quella placca ateromasica che nel tempo
può divenire tanto voluminosa da chiudere il vaso
stesso.

Antiaggreganti piastrinici e fibrinolitici contenuti nel
peperoncino sono quindi i farmaci che impediscono la formazione
della placca, come pare sappia fare il peperoncino. La tesi, molto
accreditata, che sostiene questo asserto, si basa sulla
constatazione, in verità inoppugnabile, che i popoli che
fanno largo uso di peperoncino sono statisticamente meno soggetti
all’arteriosclerosi e quindi all’infarto. La deduzione è
affascinante ma forse un po’ troppo semplicistica

Le prime ricerche di laboratorio sul peperoncino risalgono agli
anni venti.
I primi ricercatori iniettavano la capsicina endovena nei soggetti
sperimentali provocano un rallentamento degli atti respiratori fino
all’apnea un abbassamento della pressione arteriosa ed una
diminuzione della frequenza cardiaca per azione vagale.
Sull’intestino isolato la capsicina aumenta il tono e la frequenza
delle contrazioni mentre applicata localmente come tintura provoca
calore e bruciore ed in un secondo tempo arrossa l’epidermide ma
non fa comparire vesciche anche in dosi molto concentrate. Non
solo, ma a questo livello subentra uno stato di anestesia
localizzata, il fenomeno già notato in passato (così
curavano il mal di denti i Maja e gli Incas) è stato
recentemente spiegato con il fatto che la capsicina entrerebbe in
competizione con la cosidetta sostanza P, un mediatore chimico tra
la parte offesa ed il neurone che porta lo stimolo al cervello.
Questo misterioso fattore fu scoperto negli anni trenta ma fu
isolato e meglio conosciuto quaranta anni dopo.
La distruzione o l’inattivazione, questo non è chiaro, di
tale sostanza, impedisce dunque all’organismo di percepire dolore
da quel punto dove si è applicata la capsicina.

Con queste interessanti premesse si è recentemente provata
l’applicazione di una crema di capsico sulle lesioni provocate da
una malattia tipica del sistema nervoso periferico: l’erpes
Zoster.

Alessandro Pozzi

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