Cicloturismo

Biocycling, tra biologico e coltivazioni ogm, le contraddizioni dell’Argentina

Continua il viaggio di Happy Family Biocycling, non senza ostacoli. “L’ospitalità sudamericana è qualcosa che si deve vivere per poterla capire”.

È ormai novembre e abbiamo raggiunto la magica comunità indigena di Amaicha del Valle nel nord dell’Argentina, dopo 7000km di viaggio e lentamente stiamo salendo di quota lungo le Ande verso la Bolivia.

biocycling
Il viaggio continua verso la Bolivia. Foto via Happyfamily Biocycling

Uno stop lungo un mese per Biocycling

Purtroppo la forte tendinite di Alberta ci ha costretto a fermarci per un mese e cosi’ abbiamo deciso di trascorrere l’esperienza nel campo che più ci ha segnati fino ad ora, ovvero nell’azienda Martini Organic Blueberries, gestita da una famiglia di immigrati italiani giunti nel sud del Cile un secolo fa e ai quali di italiano ormai rimane solo il cognome e la gran voglia di lavorare. Si tratta dell’unica realtà lavorativa del Cile che collabora al 98 per cento con la comunità Mapuche, integrando la cultura di un popolo strettamente legato alla terra (mapu = terra, che = gente) al sistema di un’impresa lavorativa. Nel campo ci sono altoparlanti dove la musica fa crescere meglio le piante e sicuramente fa lavorare con più entusiasmo anche gli agricoltori. Tra le file di mirtilli sono stati piantati aglio, lavanda e rosmarino per allontanare naturalmente i parassiti.

Il mirtillo serve però per il mercato internazionale, perché non è consumato in loco. Purtroppo questa è una realtà che abbiamo riscontrato molte volte in questi lunghi chilometri tra Cile e Argentina: l’impronta neocoloniale è molto forte ancora e non è necessario essere degli esperti di commercio internazionale per rendersene conto.

Purtroppo in Argentina in generale non danno molto spazio all’agricoltura bio. Per strada si vedono cartelloni di pubblicità di grandi aziende agro chimiche, nella tv nazionale si fa la pubblicità alle sementi di Syngenta.

Nella meravigliosa regione dell’Auracanía abbiamo rivisto Anita Epulef, una donna Mapuche che avevamo conosciuto in Expo al padiglione del Cile mentre presentava i cibi tipici del sua cultura; per poi scoprire che proprio in quei giorni il  progetto sul riutilizzo del padiglione cileno aveva vinto e sarebbe stato smontato a Milano per essere ricostruito nel capoluogo della regione, Temuco, con lo scopo di promuovere attraverso un parco tematico, proprio la cultura Mapuche ed i prodotti equo e solidali tipici del Cile.

Data l’instabilità del tendine, l’incessante pioggia e l’interminabile inverno che ormai ci stavamo portando dietro da 7 mesi, quando abbiamo salutato l’Italia, abbiamo preso la decisione di fare i due tratti successivi in autobus. È così che quasi per magia ci svegliamo dopo 9 ore di viaggio e quasi 800km nella capitale del Cile.

Non vediamo l’ora di arrivare in Bolivia, ci mancano 450km… Tosti perché arriveremo alla frontiera di La Quiaca a 3400m. E poi su verso i 4mila!

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