Nel Calderone del riscaldamento globale anche l’unico ghiacciaio degli Appennini

Il ghiacciaio italiano più meridionale d’Europa, il Calderone, rischia di sciogliersi per sempre. E quelli alpini non stanno tanto bene.

L’unico ghiacciaio della catena montuosa degli Appennini, il Calderone, rischia di scomparire molto presto al tasso di scioglimento attuale. Negli ultimi 50 anni, il ghiacciaio italiano e il più meridionale d’Europa ha perso il 33 per cento della sua estensione passando da una superficie di 0,07 chilometri quadrati di inizio Ventesimo secolo, ai 0,04 di oggi.

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Il Calderone in estate © R. Tonelli, 2011-2012

La febbre del Calderone è stata diagnosticata dalla nuova edizione del catasto annuale dei ghiacciai italiani curato da Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano per conto del Comitato glaciologico italiano (Cgi). Meta di escursionisti, il ghiacciaio si trova nella regione dell’Abruzzo, vicino al Corno Grande del Gran Sasso d’Italia. In questi anni ha resistito degnamente agli attacchi del riscaldamento globale grazie alla protezione delle rocce e dei detriti che lo tengono al riparo dai raggi solari.

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Il Calderone in inverno © R. Tonelli, 2011-2012

Ma nei prossimi anni tutto questo potrebbe non bastare, specialmente se gli autunni cominceranno ad avere “estati di San Martino” molto calde, come quelle che stiamo vivendo in questi primi giorni di novembre con la penisola italiana alle prese con temperature massime di gran lunga superiori ai 20 gradi centigradi. Autunni che prolungano la fase di scioglimento, riducendo di molto la fase di accumulo.

Il Calderone si è frammentato e dal 2000 è diviso in due glacionevati più piccoli. Una condizione che, secondo gli autori del catasto, funge da triste esempio per tutti i ghiacciai presenti sulle montagne della regione mediterranea; una storia che presto potrebbe riguardare anche i ghiacciai della catena montuosa delle Alpi.

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Il Calderone nel 1916 © L. Ricci, O. Marinelli, archivio Cgi

“Gli scenari per i prossimi decenni sono negativi. Le due piccole placche residue potranno durare a lungo anche perché in parte protette dai detriti rocciosi che le coprono, ma è molto improbabile che il ghiacciaio si possa ricostituire, a meno di una altrettanto improbabile massiccia inversione dell’attuale tendenza climatica”, ha affermato Smiraglia.

Chissà se le prossime generazioni avranno ancora la fortuna di poter mettere il piede su un ghiacciaio, di provare quella sensazione di calpestare un terreno atipico, o se saranno costrette ad ammirarli in foto ricordo che spiegano perché la montagna veniva paragonata a un pandoro addolcito dal bianco tipico dello zucchero a velo.

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