L’Assemblea generale dell’Onu approva una risoluzione sugli obblighi climatici, tra luci e ombre

L’Assemblea generale dell’Onu ha riconosciuto la responsabilità dei governi sul clima, ma solo grazie a un testo indebolito rispetto al progetto iniziale.

L’Assemblea generale della Nazioni Unite ha approvato, mercoledì 20 maggio, una risoluzione che riconosce, di fatto, gli obblighi climatici in capo ai governi dei paesi di tutto il mondo. Un testo che rappresenta certamente un passo avanti, per lo meno dal punto di vista formale, ma che è stato raggiunto al prezzo di un compromesso al ribasso su molte questioni. Alcune delle quali rappresentavano, di fatto, il cuore della risoluzione stessa.

La risoluzione sul clima approvata nonostante i no di Usa, Russia, Israele e altri cinque paesi

Un indebolimento delle ambizioni che si riflette d’altra parte nella stessa votazione: alla fine, l’annacquamento di una serie di misure ha permesso di raggiungere 141 voti a favore, 28 astensioni e soltanto otto voti contrari. Comprese quelle degli storici, irriducibili “pasdaran” dello scetticismo climatico: Stati Uniti, Israele, Iran, Russia e Arabia Saudita (oltre a Liberia, Yemen e Bielorussia).

Il testo discende da una procedura avviata nel 2024: all’epoca, lo stato di Vanuatu aveva chiesto all’Assemblea generale di rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia per chiedere un parere consultivo sulla responsabilità da parte dei governi di rispettare gli impegni climatici assunti. Il pronunciamento del Tribunale internazionale dell’Aia è arrivato la scorsa estate, e ha indicato a chiare lettere che chi non si attiene alle promesse avanzate in termini di limitazione della crescita della temperatura media globale commette un atto “illecito”. Ne discende che chi subisce perdite e danni derivanti da tali comportamenti potrebbe chiedere degli indennizzi, almeno in linea teorica.

Il nodo giuridico (e finanziario) attorno a clima, danni e risarcimenti

Una posizione netta, dunque, ma che poi rischia di scontrarsi con le difficoltà giuridiche nel poter effettivamente ottenere “giustizia”. Ora l’Assemblea generale dell’Onu ha riconosciuto nella risoluzione “l’importanza e l’autorità” della Corte internazionale di giustizia nel “fornire delucidazioni sul diritto internazionale”. E ha anche effettivamente chiesto ai governi di “onorare i propri obblighi”, insistendo sul fatto che occorre mantenere vivo l’obiettivo di limitare a 1,5 gradi centigradi il riscaldamento climatico, rispetto ai livelli pre-industriali.

Ma al centro del progetto, nella speranza delle nazioni più vulnerabili e meno responsabili della crisi climatica, c’era un elemento molto concreto: l’istituzione di un “registro internazionale dei danni” provocati dal clima. Uno strumento che rappresentasse poi un elemento “probante” anche in sede giudiziaria. Troppo, per moltissime nazioni, poiché un simile documento ufficiale avrebbe di fatto posto le basi per un meccanismo che avrebbe consentito, appunto, ai paesi colpiti di tentare di chiedere dei risarcimenti.

Vanuatu, stati isola del pacifico
Vanuatu è uno degli stati più vulnerabili di fronte agli impatti dei cambiamenti climatici © Mario Tama/Getty Images

Il legame tra crisi climatica e diritti umani è posto in modo meno incisivo

C’è poi un altro passaggio di particolare importanza che è stato cancellato dal testo finale: rispetto al parere della Corte, la risoluzione indica in modo molto meno incisivo il legame tra rispetto dei diritti umani e azione per difendere il clima. Nel complesso, dunque, si è preferito aumentare il numero di voti favorevoli. Anche perché dai tratta in ogni caso di un documento giuridicamente non vincolante.

La richiesta di un posizionamento da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è però utile da un punto di vista diplomatico e, come accennato, “tecnico-giuridico”. Per questo era stata avanzata proprio da Vanuatu, il cui ambasciatore presso l’Onu ha accolto con favore l’approvazione, pur con tutti i limiti del testo: “È importante perché i danni sono reali e già presenti nelle nostre isole e sulle zone costiere, per le comunità che devono fronteggiare ondate di siccità e cattivi raccolti, e per tutti coloro le cui case e i cui mezzi di sussistenza sono stravolti”.

Le speranze riposte in Guterres per salvare il registro dei danni climatici

Secondo il segretario generale dell’Onu, António Guterres, si tratta in ogni caso di “di una proclamazione del diritto internazionale, della giustizia climatica, della scienza e della responsabilità in capo agli stati di proteggere la popolazione dall’escalation della crisi climatica”. Proprio nel diplomatico portoghese sono riposte le speranze di chi vorrebbe tentare di salvare il progetto di registro dei danni climatici: la risoluzione chiede proprio al segretario generale, infatti, di presentare delle proposte per “favorire il rispetto di tutti gli obblighi” da parte dei governi. In quel rapporto potrebbe appunto essere riproposto il registro.

Nella situazione attuale, d’altra parte, era oggettivamente difficile immaginare di più: le nazioni più responsabili delle emissioni nocive per il clima si sono sempre opposte a meccanismi che possano imporre loro riparazioni per i danni causati. Non a caso, gli Stati Uniti hanno giudicato la risoluzione, benché edulcorata rispetto al progetto iniziale, “molto problematica”, poiché contenente “richieste politiche inappropriate sulle energie fossili e altre questioni climatiche”, secondo le parole della vice-ambasciatrice americana all’Onu, Tammy Bruce.

Inoltre, occorrerà superare una situazione paradossale: mentre le Nazioni Unite si sono pronunciate sulla responsabilità climatica in capo ai governi, sono ancora una sessantina i paesi che non hanno ancora presentato le loro promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra (le Nationally determined contributions, Ndc). Ovvero documenti previsti dall’Accordo di Parigi, per i quali l’Onu aveva chiesto la consegna ormai molti mesi fa.

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