Buco dell’ozono, una storia a lieto fine che ci può insegnare come affrontare la crisi climatica

Il buco dell’ozono si sta chiudendo. Un risultato ottenuto grazie alla cooperazione tra stati e l’applicazione di accordi ambientali. Un esempio da seguire.

  • L’Onu ha annunciato che il buco dell’ozono si sta richiudendo.
  • Sopra l’Artico si chiuderà entro il 2045, per l’Antartico ci vorrà un po’ più di tempo.
  • Il risultato è stato raggiunto grazie alla cooperazione tra stati e all’applicazione degli accordi ambientali.

Il buco dell’ozono si sta chiudendo. L’annuncio storico arriva dalle Nazioni Unite (Onu): nel report Scientific assessment of ozone depletion 2022 si fa il punto sulla sfida ambientale che l’umanità ha intrapreso contro il buco dell’ozono già a partire dagli anni Ottanta. Dopo le diverse anticipazioni giunte negli ultimi anni, è arrivata finalmente la buona notizia, quella definitiva: entro il 2045 il buco nello strato di ozono sopra l’Artico si sarà completamente riformato, tornando ai livelli pre-1980.

buco dell'ozono
Ricostruzione grafica della Nasa del buco dell’ozono © Newsmakers/Getty Images

Cos’è il buco dell’ozono, in poche parole

L’ozonosfera è quello strato dell’atmosfera in cui si concentra la maggior parte dell’ozono: l’ozono trattiene e assorbe parte dell’energia proveniente direttamente dal Sole, in particolare i raggi ultravioletti nocivi per la vita sulla Terra. Lo strato di ozono è quindi uno schermo fondamentale per gli esseri viventi. Data la circolazione dell’aria sul pianeta, questo gas si accumula maggiormente alle alte altitudini e ai poli.

È proprio studiando i poli, in particolare il polo Sud, che gli scienziati scoprirono come questo strato si stesse assottigliando di anno di anno, tanto da coniare l’espressione “buco dell’ozono”. Senza protezione dell’ozonosfera, il rischio è quello di ricevere più radiazioni solari dannose, incrementando il rischio di sviluppare tumori alla pelle, accelerare l’invecchiamento cutaneo e alterare in generale il sistema immunitario di tutti gli esseri viventi.

Perché il buco nell’ozono si sta chiudendo

Il primo a parlare di “buco dell’ozono” è stato lo scienziato americano Frank Sherwood Rowland, che nel 1995 ricevette il premio Nobel per la chimica proprio per il suo lavoro sulla chimica dell’atmosfera. La sua opera più conosciuta è la scoperta del 1974 che i clorofluorocarburi (Cfc) contribuiscono all’assottigliamento dell’ozonosfera. Seguirono altre ricerche e nel 1985 un altro scienziato, Joseph Charles Farman, confermò la terribile scoperta: l’ozono stava sparendo sopra il polo Sud. Nello stesso anno, durante la Convezione di Vienna, le Nazioni Unite riconobbero l’importanza fondamentale nella prevenzione dei danni allo strato di ozono stratosferico.

Seguirono riunioni internazionali, trattati, nuove regole: appena due anni dopo, nel 1987, 46 paesi firmarono il Protocollo di Montréal, che imponeva la progressiva riduzione della produzione di Cfc, i potenti gas a effetto serra riscaldanti fino a 7mila volte la CO2 e utilizzati a lungo come refrigeranti nei frigoriferi, solventi, e come propulsori nelle bombolette spray.

Nel 1988 il fenomeno cominciò ad apparire anche sopra il polo Nord, scoperta che spinse, nel 1990, più di 90 paesi del mondo a sottoscrivere la sospensione della produzione di gas Cfc. In oltre 30 anni, un altro passo in avanti storico per il contrasto al buco dell’ozono (e, più in generale, ai cambiamenti climatici) è rappresentato dalla messa al bando di un altro pericoloso composto chimico: gli idrofluorocarburi (Hfc), gas ad effetto serra 14mila volte più potenti della CO2. L’intesa è stata raggiunta dalle stesse nazioni firmatarie del Protocollo di Montreal, nel corso del 28esimo summit tra le parti, tenuto a Kigali, in Ruanda, nel 2016.

Cosa c’entra il buco dell’ozono con i cambiamenti climatici

Oggi le ricerche ci dicono che il buco dell’ozono sull’Artico si chiuderà e lo strato dell’ozonosfera tornerà ai livelli esistenti prima del 1980. Ciò accadrà tra il 2040 e il 2045, mentre per il buco sopra il polo Sud ci vorrà più tempo (si parla del 2066). Nonostante le belle notizie, fa notare l’Onu, se è vero che l’ozono nelle fasce più alte della stratosfera sta migliorando, è anche da segnalare che nelle fasce più basse non ha finora mostrato segni di recupero: segnale che ancora gli sforzi da mettere in campo non sono finiti.

Il buco nello strato di ozono non è considerato un fattore primario del riscaldamento globale. Tuttavia, molte delle sostanze responsabili dell’assottigliamento, come i Cfc e gli Hfc, contribuiscono all’innalzamento delle temperature sulla superficie della Terra. Inoltre, la messa al bando degli idrofluorocarburi è avvenuta solo di recente. Come sappiamo, infatti, la CO2 non è l’unico gas serra responsabile del riscaldamento globale e quindi qualunque attività intrapresa per il bene dell’atmosfera – tra cui le azioni di contrasto del buco dell’ozono – non possono che avere effetti benefici sulla mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici.

Se fatti rispettare, gli accordi globali per l’ambiente funzionano

All’epoca del buco dell’ozono non mancarono i negazionisti: diversi scienziati e istituzioni ritenevano che il fenomeno fosse alimentato esclusivamente da cause naturali, come le eruzioni vulcaniche. Ma gli studi approfonditi dimostrarono il ruolo determinante dei composti chimici prodotti dall’uomo fino a quando, grazie al divieto di produzione di Cfc, nel 2016 il Mit annunciò che il buco si era ridotto di circa 4 milioni di chilometri quadrati rispetto all’anno 2000, quando l’assottigliamento raggiunse la sua massima espansione.

Per questo motivo, la notizia che il buco dell’ozono si stia rimarginando è la dimostrazione che gli accordi ambientali, se fatti rispettare, funzionano. Grazie a questa esperienza, infatti, possiamo fare un interessante parallelo con la crisi climatica in corso: nel 1990, dopo che un gran numero di stati decisero di collaborare a livello globale, trascorse ancora un decennio prima che il problema ambientale in questione raggiungesse il suo picco. Insomma, non c’erano certezze di raggiungere l’obiettivo ma gli stati che cessarono di produrre Cfc ascoltarono la voce degli scienziati.

Un segnale di speranza per il futuro: i prossimi obiettivi in termini di riduzione dei gas climalteranti e neutralità climatica possono essere raggiunti solamente quando tutti gli stati inizieranno a cooperare per davvero, applicando gli accordi stipulati. Sarebbe il caso di fare tesoro di questa esperienza prima della prossima Cop.

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