Quale futuro per le comunità energetiche rinnovabili? Il commento di Giuseppe Milano

L’Italia punta, con 2 anni di ritardo, sulle comunità energetiche rinnovabili. Al momento sono meno di 100 ma per il 2027 potrebbero essere oltre 20mila.

Con il decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica del 24 gennaio 2024, l’Italia finalmente ha deciso di stimolare la nascita e lo sviluppo su tutto il territorio delle comunità energetiche rinnovabili e dell’autoconsumo, le Cer, ovvero quelle esperienze che vedono protagonisti gruppi di persone, aziende o entità locali che collaborano per generare, condividere e distribuire energia rinnovabile in modo più efficiente ed equo.

Giuseppe Milano, ingegnere e giornalista ambientale, segretario generale di Greenaccord onlus dal 2019, vive e lavora tra Roma e Bari. Ha appena pubblicato un volume dedicato alle comunità energetiche: si chiama Comunità energetiche. Esperimenti di generatività sociale e ambientale (Pacini editore, 2024). Si tratta del primo libro sul tema aggiornato al nuovo quadro normativo comunitario e nazionale di riferimento, con richiamo anche alla nuova direttiva europea RED III sulle rinnovabili, non ancora recepita dall’Italia che impone il 42,5 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili. Lo abbiamo intervistato per capire cosa cambierà con il nuovo decreto e a che punto siamo con la diffusione delle comunità energetiche in Italia.

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L’autore del volume sulle comunità energetiche, Giuseppe Milano © Giuseppe Milano

Quando ha cominciato a imporsi il tema delle comunità energetiche?
La prima cosa da evidenziare è che il progetto delle comunità energetiche rinnovabili e dell’autoconsumo diffuso nasce da un disegno europeo degli anni 2015-2016, in seguito a un progetto di impianto fotovoltaico bocciato dall’allora governatore spagnolo Mariano Rajoy. La Commissione europea rispose a quel tentativo, stridente con il nascente Green deal, inserendo nella direttiva RED II sulle rinnovabili anche il concetto di democratizzazione dell’energia attraverso sistemi policentrici. Esistevano già esempi virtuosi di autoconsumo collettivo in quartieri di diverse città europee, dalla Spagna stessa ai Paesi Bassi alla Germania. Con la direttiva, però, si dava slancio ai primi progetti di comunità energetiche. Per fortuna l’Italia recepì la direttiva abbastanza in fretta, nel 2019, in attesa di un quadro legislativo di riferimento. In quel contesto, la potenza installata era dettata dalla “cabina secondaria”, che limitava la produzione degli impianti a 200 kilowatt. Quindi la norma adottata era parziale, ma ha avuto sicuramente il merito di sollecitare il dibattito.

Fino ad arrivare all’approvazione del decreto italiano del 24 gennaio 2024. Cosa cambia?
Il decreto è sicuramente una buona notizia, anche se arriva con due anni di ritardo. Da un lato siamo un paese non totalmente rinnovabile (basti pensare che spendiamo più di 20 miliardi all’anno in sussidi ambientalmente dannosi che vanno a sostenere il mercato dei combustibili fossili) ma finalmente siamo passati al riconoscimento della “cabina primaria”, che oggi diventa il termine di valutazione per liberalizzare le comunità energetiche. Il decreto arriva dopo l’approvazione da parte della Commissione europea, che ha accettato la proposta dell’Italia di fornire 5,7 miliardi di euro in aiuti di stato, di cui 2,2 a fondo perduto nella misura del 40 per cento verso i comuni con meno di 5000 abitanti, da destinare in nuovi impianti e in revamping (potenziamento delle strutture già esistenti, nda), e 3,5 miliardi destinati alle grandi città, città metropolitane e via dicendo. Il limite di potenza è stato esteso a 1 megawatt: si tratta di progetti che di solito richiedono investimenti da 1 milione di euro, cifra che difficilmente gli enti territoriali possono anticipare. Per questo, gli aiuti di stato possono avere un utile effetto moltiplicatore.

A proposito di aiuti di stato, se le stesse condizioni fossero rivolte alle grandi imprese, questo rischierebbe di generare distorsioni?
Sì, l’unico dubbio rimane quello legato alle imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni. Queste possono costituire le Cer ma non possono ricevere gli incentivi. O almeno, questo è un dubbio che verrà dipanato dalle linee guida che presto verranno pubblicate dal Gse. La ratio di questa misura sta nel fatto che le grandi imprese hanno già il know-how tecnico per portare avanti le Cer così come la struttura economica. Se la grande impresa ricevesse l’incentivo statale si creerebbe una sperequazione nei confronti dei cittadini. C’è da dire che oggi, con il decreto, si è aperto un cantiere e come tutti i cantieri non sappiamo esattamente come andranno le cose. Le prime esperienze che applicheranno la legge ce lo diranno.

Finora, comunque, sono già nate delle esperienze di comunità energetiche rinnovabili. Come sono andate?
Ci sono state molte esperienze di autoconsumo diffuso che usano impropriamente il termine “comunità energetiche”: parlo per esempio dei condomini che installano i pannelli fotovoltaici sul proprio tetto e condividono l’energia con i vari condòmini. È sicuramente un approccio collettivo ma con la Cer si parla di una comunità diffusa, il cui perimetro geografico è individuato dalla cabina primaria. La differenza di queste nuove aggregazioni è che possono partecipare soggetti diversi: edifici pubblici, imprese privati, cittadini, parrocchie e via dicendo. Un’altra differenza fondamentale sta nell’unità giuridica: la Cer si costituisce con un atto dal notaio, poiché vi sono delle responsabilità maggiori. Insomma, non cambia solamente la tecnologia ma anche il livello di governance. E proprio questo modello di governance è del tutto nuovo: non c’è una ricetta standard che funzioni per tutti i progetti e territori. Ci saranno esperienze che richiedono la formazione di una cooperativa, oppure una fondazione di partecipazione, o ancora una onlus. La figura giuridica dipende da quali sono la tipologia di soci aderenti e i benefici che si vogliono perseguire. Per fare un esempio, la diocesi ha sicuramente un interesse sociale più che economico, mentre un’impresa persegue prima di tutto un obiettivo economico.

Quante comunità energetiche propriamente dette sono state avviate finora? Può farci qualche esempio delle più virtuose?
Finora sono state allacciate alla cabina primaria meno di 100 comunità energetiche. Si tratta di numeri bassi rispetto al potenziale: uno studio condotto dal Politecnico di Milano parla di 20mila Cer che possono essere costituite entro il 2027. Quindi ci sono margini enormi. Tra le esperienze virtuose, possiamo sicuramente citare quelle del Piemonte, quelle di aree interne come i Monti Dauni, nel foggiano, e in Abruzzo in territori colpiti dai terremoti. E poi ci sono città virtuose come Parma, la provincia di Lecce e soprattutto Roma: qui, il dipartimento dei lavori pubblici ha avviato un censimento del patrimonio pubblico con il precipuo intento di conoscere quali sono tutte le superfici che potrebbero ospitare le Cer, a partire dagli istituti scolastici. Un’altra esperienza che mi ha molto colpito in un’ottica multidisciplinare è quella di una Cer avviata da un’impresa del riminese che ha ideato una comunità per premiare i propri dipendenti e suddividere con loro i proventi. Un esempio di welfare aziendale molto interessante e che dimostra quanto le CER si prestino a soddisfare esigenze differenti.

E ora una domanda più “classica”: quali sono gli scenari futuri delle Cer?
Nel libro ho deciso di affrontare due focus connessi al tema delle Cer. Il primo è quello della povertà energetica, a partire da due studi, uno redatto dal Forum disuguaglianze diversità, l’altro dell’Oipe (Osservatorio italiano povertà energetica) che fotografa il fenomeno e la sua crescita negli ultimi anni, a causa di problemi inflazionistici di diversa natura. E poi c’è il tema dell’agrivoltaico, perché rappresenta un bacino di innovazione che migra dalla realtà urbana a quella agricola e capace di rispondere in maniera virtuosa a quel contenzioso rappresentato dall’installazione dei pannelli fotovoltaici a terra.

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