Coronavirus

Coronavirus e polveri sottili, un po’ di chiarezza

Uno studio tuttora in corso della Società di medicina ambientale ha trovato tracce di coronavirus sulle polveri sottili. Ma non è provato che queste siano vettori in grado di trasmetterlo.

Vero: tracce del virus Sars-Cov-2 sono state trovate sulle particelle di polveri sottili, il cosiddetto particolato fine, nell’aria
Falso: non è stato dimostrato che il virus può diffondersi, e di conseguenza contagiare, usando proprio il particolato come vettore.

Dopo il recente studio dell’Università di Harvard, che aveva trovato una forte correlazione statistica tra l’inquinamento atmosferico, e in particolare la presenza di polveri sottili di tipo pm2,5, e la mortalità del coronavirus, nei giorni scorsi ha fatto parlare di sé un’altra ricerca, tutta italiana perché elaborata da ricercatori delle università di Bologna, Trieste e Napoli, tutti aderenti alla Società italiana di medicina ambientale (Sima) sui cui esiti si è creata un po’ di confusione anche per via della poca abitudine della stampa generalista a trattare temi scientifici. O come dice lo stesso presidente della Sima, Alessandro Miani, “di una certa superficialità”.

Coronavirus e polveri sottili, lo studio è ancora in corso

Per prima cosa, va precisato che quello della Sima non è uno studio concluso, ma solo la prima parte di un paper tuttora in corso. Ed è lo stesso professor Miani a spiegarci con chiarezza cosa è stato scoperto finora e cosa invece non è stato scoperto, o perlomeno dimostrato: “Abbiamo scoperto che il virus, il genoma rna, ossia il filamento del Sars-Cov-2 può essere presente sul particolato atmosferico. L’abbiamo trovato a Bergamo in otto casi su 22, dove avevamo installato due campionatori, ma chiaramente può essere in qualunque altro luogo”.

E qui, di fatto, si esauriscono tutte le novità provate. Dopodiché, “lo studio ora andrà avanti con altri campionatori in Italia e all’estero, per avere una situazione più ampia e arrivare eventualmente a dimostrare il secondo step del nostro paper: è vivo il virus sul particolato? Quale è la sua carica virulenta e la sua capacità di infettare?”.

Air-pollution-World-Health-Organization

Non sappiamo se il coronavirus sulle polveri sottili è vivo

Al momento non lo sappiamo. Perché il genoma rintracciato a Bergamo, non era vitale, non aveva più capacità infettive: motivo per cui affermare che il particolato è una nuova vettore di contagio, ovvero che è in grado di trasportare il virus da un individuo a un altro, al momento è scientificamente errato.

“I campionatori sono stato attivi per tre settimane – spiega Miani – e solo alla fine li abbiamo portati ad analizzare, presso l’Azienda ospedaliera triestina e presso l’Università di Trieste, e ovviamente a tre settimane era facile immaginare che l’rna trovato fosse inattivo. Ora faremo un campionamento dell’aria analizzandola ogni due ore al massimo, ipotizzando che il virus possa rimanere vivo nell’aria per qualche ora”. Per avere dei risultati, ammesso la ricerca trovi gli adeguati finanziamenti, ci vorrà oltre un mese.

Un buon indicatore di presenza

Se non si suo può dire che le polveri sottili aiutano a diffondere il virus, cosa può suggerire allora questo primo, parziale esito dello studio? Secondo il professor Miani trovare tracce di virus nelle polveri sottili, vitale o già inefficace che sia, “può diventare un indicatore importante della presenza del coronavirus in una determinata zona o ambiente” in base al quale “si possono individuare precocemente misure adeguate a prevenire una nuova epidemia: una sorveglianza sanitaria, l’effettuazione di test rapidi. Questo è qualcosa che le Arpa (le agenzie regionali di protezione ambientale, ndr) possono fare anche subito”. Insomma, al momento tutto quello è possibile fare è usare la presenza del virus sul particolare come spia di un possibile focolaio, e prendere le dovute misure.

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