E il naufragar m’è dolce nel gelato

Il piccolo grande Giacomo ci offre un esempio unico di come il gelato possa attenuare il peggior pessimismo.

Il Leopardi nei suoi soggiorni a Napoli frequentava il Caffè Angioli, in via Toledo, e fu lì, davanti a uno dei tanti gelati che usava consumare che incontrò uno dei suoi biografi, Antonio Ranieri (che con l’attuale sorbetterai industriale non c’entra niente). Pare che Giacomino, ci riferiamo al suo aspetto fisico gracile e di bassa statura, si facesse servire enormi porzioni, tanto che la gente intorno a lui lo derideva dicendo “che era più grande il suo gelato di lui”.

Treich nel suo “Almanach des Lettres” racconta che Leopardi era solito ordinare tre grossi gelati per volta e quando il cameriere li portava, gli diceva di metterli l’uno sull’altro. Ranieri stesso completa questa affermazione descrivendo come il poeta, per quanto fosse irritato della continua impertinenza delle persone che lo guardavano, continuava comunque a mangiare il suo grande gelato, rispondendo alle burle mostrando una visibile soddisfazione.

Il fanatismo del Leopardi per il gelato è confermato da un aneddoto sulla sua morte, che avvenne proprio a Napoli. Pare che negli ultimi mesi della sua vita il poeta si alimentasse ormai soprattutto di gelati e un giorno, sul letto di morte, si lamentava dell’afa e del caldo. Più volte pregò perché gli portassero un gelato, ma gli portarono una tazza di cioccolato caldo. E chissà, forse a quel punto il Leopardi capì che ormai non c’era più motivo per vivere.

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