El Niño è certamente alle porte. Un episodio del fenomeno – che consiste in un aumento della temperatura superficiale delle acque tropicali dell’oceano Pacifico – è “sempre più probabile”, secondo quanto indicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) alla fine di aprile e confermato dai modelli previsionali del servizio europeo Copernicus, dell’americana Noaa e della Columbia University.
L’agenzia delle Nazioni Unite ha parlato esplicitamente di “un netto cambiamento nel Pacifico equatoriale” e di “temperature superficiali che aumentano rapidamente”. Ciò nonostante, “El Niño non è stato ancora dichiarato ufficialmente, benché sia probabile che avverrà prossimamente”, spiega Luca Lombroso, meteorologo presso l’Osservatorio geofisico dell’università di Modena e Reggio Emilia.
Cos’è El Niño, battezzato così dai pescatori peruviani
Ma in cosa consiste El Niño, e da cosa è dipeso? Come accennato, il fenomeno rappresenta una variazione naturale della temperatura marina nella zona del Pacifico equatoriale. Nel caso di El Niño, si tratta dell’opposto de La Niña, che si traduce in un abbassamento dei valori. A ciò sono associati un cambiamento nella circolazione atmosferica globale e, occasionalmente, eventi estremi in una serie di regioni, in particolare in America Latina.
Si tratta di un fenomeno ciclico, che si ripropone ogni 2-7 anni all’incirca: l’ultimo episodio (particolarmente intenso) risale al periodo che è andato dall’estate del 2023 alla primavera del 2024. Il nome deriva dai pescatori peruviani che furono i primi a notare il fenomeno, poiché incideva sulla quantità di pesci presenti nel mare. E dal momento che spesso si presenta a partire dal mese di dicembre, lo battezzarono El Niño facendo riferimento al Bambin Gesù, che in spagnolo si dice appunto El Niño de Navidad.
Come vengono misurati gli eventi di dagli scienziati
In tempi più recenti, alla particolare situazione che si può verificare nelle acque del Pacifico equatoriale è stato attribuito un indice scientifico, chiamato Niño3.4, che viene calcolato in base allo scarto medio della temperatura sulla superficie di mare che è racchiusa tra 5° Nord e 5° Sud di latitudine, e tra 170° Ovest e 120° Ovest di longitudine.
EL NIÑO WATCH: Issued by Climate Prediction Center today saying 82% chance of El Niño developing May-July of this year & 96% chance continuing through winter (Dec. 2026-Feb 2027). Peak strength is uncertain. El Niño: warmer than average sea surface temps in equatorial Pacific. pic.twitter.com/YYuu8ae7I0
“L’indice Niño 3.4 – spiega il National center for atmospheric research degli Stati Uniti – utilizza solitamente una media su cinque mesi, e gli eventi El Niño o La Niña vengono definiti quando le temperature superficiali del mare nella zona si scostano di 0,4 gradi centigradi, per un periodo di sei mesi o più”. Nel caso attuale, l’indice segnava -1 gradi alla fine dello scorso anno; nei primi mesi del 2026 è però rapidamente risalito, fino a toccare i +0,5 gradi ad aprile. E le previsioni indicano che potrebbe continuare a crescere nei prossimi mesi.
The extensive marine heat wave in the Pacific — part of the Pacific Meridional Mode — will join forces with a developing super El Niño into fall.
That's expected to fuel many hurricanes in the eastern Pacific, whose moisture could end up in California and the Intermountain West. pic.twitter.com/Xdr3RLqy8P
“È probabile che El Niño venga dichiarato ufficialmente a partire dal trimestre aprile-maggio-giugno, o da quello successivo che copre luglio”, precisa Lombroso. Ad oggi il fenomeno è infatti in una fase “moderata”, ma le probabilità che possa diventare “estrema” (quello che viene definito “super- Niño”) sono molto alte per l’autunno.
I precedenti, dal “super-Niño” del 1997-1998 a quello del 2015-2016
In particolare, per il trimestre settembre-ottobre-novembre, c’è ad oggi un 35 per cento di possibilità di avere un’anomalia termica nel Pacifico equatoriale di +1,5-2 gradi centigradi, e il 20 per cento che si possano superare i 2 gradi. È inoltre molto probabile (95 per cento) che la durata si protragga fino al trimestre invernale che andrà da dicembre a febbraio.
La variazione di temperatura nel Pacifico Tropicale dovuta a El Niño @ Noaa
Non si tratterebbe di un caso mai osservato prima: già nel 2015-2016 fu superate un’anomalia di 2,5 gradi, ricordano gli esperti Jeff Masters e Bob Henson di Yale Climate Connections. Nel 1997-1998, si registrò il fenomeno più intenso di sempre, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità, in uno studio del 2000, quantificò tra 21 e 24mila le morti premature a vario titolo riconducibili al fenomeno.
El Niño è in grado di incidere sul clima globale e sulle temperature estive in Europa?
Benché si tratti, come detto, di un fenomeno circoscritto in un’area ben definita, El Niño (più che La Niña, che è solitamente meno intensa) è in grado però di incidere sul clima mondiale. Quando si manifesta, si registrano tipicamente condizioni più umide sulle coste occidentali dell’America Latina, del Corno d’Africa, così come negli Stati Uniti meridionali. Al contrario, le precipitazioni tengono a scarseggiare in Australia o sull’Amazzonia.
E se l’intensità del fenomeno è particolarmente marcata, l’impatto può tradursi in un’ulteriore spinta al rialzo per la temperatura media mondiale: per questo è possibile che il 2027 si riveli, principalmente per via dei cambiamenti climatici ma anche per il “sostegno” di El Niño, l’anno più caldo da quando i dati meteorologici vengono registrati con regolarità.
Ma, appunto, parliamo del prossimo anno, non di quello in corso. Non esiste alcun legame, infatti, tra l’emergere attuale di El Niño e le condizioni meteorologiche che vivremo nel corso dell’estate, soprattutto nel Vecchio Continente: “In qualunque modo la stagione dovesse andare in Europa, e dunque anche in Italia, non si potrà di certo dare la colpa a El Niño. Anche se dovesse essere dichiarato subito, l’effetto sarebbe comunque ritardato. Inoltre, in particolare, le conseguenze sul nostro paese sono vaghe: ad esempio, nelle estati roventi del 2003 o del 2012 El Niño era assente. Le correlazioni, insomma, non sono dimostrate”, spiega Lombroso.
Le ondate di caldo estremo dipendono dai cambiamenti climatici, non da El Niño
Un discorso parzialmente diverso, ma comunque con cautela, si può fare per il periodo autunnale e invernale: “Rapporti eclatanti di causa-effetto, anche in questo caso, non sono certi. C’è però chi sostiene esistano. In linea di massima El Niño porta con sé inverni più siccitosi in Italia, a partire dal Nord ma su tutta la penisola”, aggiunge il meteorologo.
El Niño si verificherà, dunque, e di certo non è una buona notizia per il clima mondiale. Ma la vera cattiva notizia è un’altra: è che continuiamo a bruciare carbone, petrolio e gas come se la scienza da oltre mezzo secolo non ci stia avvertendo della crisi climatica che ne discende. E proprio le fonti fossili sono la ragione delle ondate di caldo estremo che viviamo, non i fenomeni circoscritti geograficamente e nel tempo come El Niño.
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