Perché l’Italia sta tagliando i fondi ai parchi nazionali

Doppio allarme delle associazioni ambientaliste: tagliati i fondi alle Regioni per il ripristino della natura, ritardi sulla giustizia climatica.

Mentre l’Europa registra in questi giorni temperature da record e l’ondata di caldo mette a dura prova città e territori, l’Italia taglia i fondi alle aree naturali protette proprio nel pieno della stagione in cui questi presìdi servono di più.

Il taglio alle aree protette 

Il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica infatti avrebbe comunicato a Parchi nazionali, Riserve statali e Aree marine protette una riduzione dei trasferimenti per l’esercizio finanziario in corso. Il taglio (che era previsto nella Legge di Bilancio 2026) non è lineare ma varia da ente a ente: nel complesso si attesta intorno al 23 per cento dei fondi assegnati lo scorso anno, con punte che in alcuni parchi nazionali superano i 700mila euro: a lanciare l’allarme sono nove organizzazioni ambientaliste, tra cui WWF Italia, Greenpeace Italia e Legambiente, che parlano di “un altro duro colpo alla natura italiana”.

 

Il problema non è solo l’entità della riduzione, ma il momento in cui arriva gli enti gestori hanno già impegnato, se non già speso, le risorse stanziate sulla base delle previsioni dell’anno precedente, e vedersi tagliare un quarto del budget a giugno significa mettere a rischio attività che in estate diventano cruciali: la prevenzione degli incendi boschivi, la sorveglianza del territorio, l’apertura al pubblico, la manutenzione. Tutte funzioni che, paradossalmente, servirebbero proprio per rispondere agli effetti, o prevenirne le cause, del caldo estremo che stiamo vivendo in queste settimane.
Il contrasto con gli obiettivi europei è netto: l’Unione Europea, attraverso la Nature restoration Law, chiede di proteggere efficacemente il 30 per cento del territorio, a terra e a mare, entro il 2030. L’Italia, invece di rafforzare gli strumenti per arrivarci, ne riduce le risorse.

Le Regioni non vanno tutte nella stessa direzione

Se il quadro nazionale mostra più di un’ombra, a livello regionale la situazione è disomogenea, con esempi che vanno in direzioni opposte.
In Emilia-Romagna la Regione ha stanziato 1,2 milioni di euro per il 2026 destinati ai Parchi e alla Biodiversità: i fondi serviranno ad acquisire nuove aree naturalistiche, come circa 30 ettari nel Parco della Vena del Gesso Romagnola, e a riqualificare sentieri e strutture in diverse aree protette del territorio.

Di segno opposto la situazione nelle Marche, dove Goletta Verde ha assegnato una bandiera nera al Piano Quinquennale sulle aree protette 2026-2030 approvato dalla Regione: il piano, secondo Legambiente, non prevede né nuove aree protette terrestri né nuove risorse economiche, e soprattutto lascia fuori il mare, nonostante l’Adriatico sia un hotspot di biodiversità particolarmente fragile. Secondo Legambiente, le risorse stanziate equivalgono ad appena lo 0,04 per cento del bilancio regionale.

In Toscana, infine, la Regione ha aperto un bando per sostenere le Guardie ambientali volontarie, con un contributo di 3.000 euro per ogni ente che attiva o rafforza il servizio di vigilanza sul territorio: un intervento limitato, ma che va nella direzione di rafforzare il presidio sulle aree protette.

Il caso del Piano sociale per il Clima

Non va meglio sul fronte della giustizia climatica. Il Piano Sociale per il Clima, lo strumento che dovrebbe gestire oltre 9,3 miliardi di euro per accompagnare famiglie e imprese vulnerabili nella transizione energetica, avrebbe dovuto essere consegnato a Bruxelles un anno fa, e invece al momento ancora non se ne parla. Il piano è collegato all’ETS2, il sistema di scambio delle quote di emissione che si applicherà a edifici e trasporti: serve a evitare che il costo della transizione ricada soprattutto su chi ha meno risorse. Anche in questo caso le organizzazioni di matrice ambientalista della società civile denunciano ora un anno di assenza di aggiornamenti e di trasparenza sulla bozza in discussione tra il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e la Commissione europea.

 

Il Fondo Sociale per il Clima dovrebbe portare soldi “in più” rispetto a quello che lo Stato già spende normalmente per le politiche sociali (bollette, casa, mobilità per le famiglie in difficoltà). Il rischio che denunciano le organizzazioni è che il governo, invece di usare questi miliardi europei per finanziare cose nuove e aggiuntive, li usi per coprire spese che avrebbe dovuto sostenere comunque con il proprio bilancio.

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