Investimenti sostenibili

Filantropia e impact investing, per un futuro più giusto e sostenibile

Per i prossimi mesi parleremo di filantropia e impact investing, strumenti concreti per cambiare (in meglio) il mondo. Ecco il perché di questo approccio.

Da qui ai prossimi mesi, LifeGate ospiterà una serie di approfondimenti su filantropia e impact investing. Questa rubrica si avvale del supporto di Investing for global impact, una ricerca globale pubblicata dal Financial Times in partnership con GIST (Global Impact Solutions Today) e con il supporto della banca Barclays.

Perché filantropia e impact investing, insieme

Per capire le complesse dinamiche che stanno contribuendo allo sviluppo di un mondo migliore, inclusivo, sostenibile, che dia un futuro dignitoso a tutti e salvaguardi il pianeta Terra e gli esseri viventi, occorre una visione olistica e sistemica, che racchiude punti di vista, esigenze e modi di operare diversi, o addirittura contraddittori. Occorre un dialogo che getti luce su collegamenti e dinamiche (positive, come anche negative) tra tutti gli attori e stakeholder: nazioni, comuni, aziende piccole e globali, profit e no profit, comuni, organizzazioni della società civile a tutti i livelli, dai quartieri alle Nazioni Unite.

In una visione olistica-sistemica non esistono fenomeni isolati e bisogna tracciare e considerare tutti i rapporti e tutte le connessioni: economia e natura sono inseparabili, proprietà privata e beni pubblici sono di fatto inscindibili. A chi appartiene l’aria sopra di me? E le nuvole? E le stelle? Di chi è la responsabilità di tenere insieme il tutto, mantenendo un equilibrio (anche se dinamico)? Chi deve e può contribuire alla costruzione di un mondo migliore? A nostro avviso, tutti: istituzioni, privati, organizzazioni sociali, singoli cittadini e cittadine.

Di cosa parlerà questa rubrica

Il nostro punto di vista è olistico e inclusivo. Per questo, parleremo di filantropia e impact investing, ma anche di nuove forme di collaborazione in atto tra aziende tradizionali e tra aziende ed enti pubblici, e di tutte le forme di contaminazione innovativa tra questi attori. Parleremo di investimenti sociali, di misurazione degli impatti positivi sul Pianeta, di nuove prospettive e nuovi paradigmi. “Investire” per noi significa utilizzare il proprio denaro ma anche, a livello più ampio, generare interazioni un impatto sull’economia, sull’ambiente, sulla natura, sulle persone.

Sempre cercando di fare emergere le nuove strade che vengono percorse giorno dopo giorno per realizzare ciò che fino a poco fa sembrava impossibile: contribuire a un “mondo migliore” e, allo stesso tempo, generare profitto. Queste nuove strade richiedono di superare paradigmi forti che sono alla base del nostro tradizionale sistema sociale ed economico, come la contrapposizione tra profitto e filantropia, tra sviluppo e sostenibilità, tra accoglienza e protezionismo. L’epoca delle dicotomie è finita, è iniziata l’epoca della circolarità.

Profitto e sostenibilità
Superiamo le tradizionali contrapposizioni tra profitto e sostenibilità, tra protezionismo e accoglienza. Foto © Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Gli obiettivi di Investing for Global Impact

I contributi raccolti nel tag Investing for Global Impact vogliono aiutare a illuminare tutto questo, creando un dialogo ampio e chiaro. Un dialogo che, senza trascurare l’Italia, segue con attenzione ciò che avviene in altri paesi del nostro mondo interconnesso e globalizzato. Un dialogo che mette al centro la responsabilità individuale, vale a dire ciò che ciascuno di noi può fare nella vita privata e nella vita lavorativa, con la consapevolezza del fatto che ciascuno di noi riveste molteplici ruoli, tutti però ricompresi in una persona.

Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere più persone a considerare filantropia e impact investing, imprese sociali, fondazioni e il loro ruolo per la costruzione di un mondo migliore. Per questo parliamo di global positive change today: partiamo da oggi per costruire un futuro migliore. Tutti insieme, con il contributo di tutti.

Perché una rubrica “inglese”

Abbiamo scelto un nome in inglese perché l’intenzione è quella di guardare il mondo a nord, sud, est e ovest (ed in tutte le direzioni “in mezzo”). Per il gusto di essere un po’ controcorrente in tempi di Trump e di Brexit; Brexit che sembra dover comportare anche l’uscita da English as a common language. Perché rinunciare al piacere – senza dimenticare la propria lingua – di poter comunicare in tutto il mondo parlando una lingua condivisa?

 

Foto in apertura: Drew Angerer/Getty Images
Articoli correlati