Fistful Of Mercy – As I Call You Down

Ben Harper, Joseph Arthur e Dhani Harrison (figlio di George) insieme per un disco d’altri tempi:As I Call You Down. Tre chitarre acustiche, tre voci in armonia, atmosfere lo-fi, amicizia e voglia di comunicare. I Traveling Wilburys del nuovo millennio?

 

Doveva essere il nuovo album di Joseph Arthur, è
diventato quello di uno dei più particolari “supergruppi” di
questi tempi. Fistful Of Mercy è infatti una all star band
assolutamente anomala che, a qualcuno, potrebbe ricordare Crosby,
Stills & Nash. Non solo perché formata da tre
identità ben distinte, tre songwriter (due americani e un
inglese innamorato della California) con un sound prevalentemente
basato su chitarre acustiche e armonie vocali, ma soprattutto
perché nata dalla stima e dall’amicizia tra i
protagonisti.

Ben Harper e Joseph Arthur si sono conosciuti tramite Peter
Gabriel, in Inghilterra, nel 1994. «Eravamo nel backstage di
un concerto», ricorda Joseph, «ma c’era troppo
frastuono. Così, ci siamo rifugiati nei bagni, sporchi e
maleodoranti, pur di scambiarci le nostre opinioni. Poi, ho
invitato Ben a un mio show al Troubadour e ben presto siamo
diventati amici».

Ben e Dhani Harrison (pensate un po’) sono invece entrambi
assidui frequentatori di The Cove, uno skateboard park a Santa
Monica, California. «Non ho mai visto nessuno bravo come
lui», pare abbia detto Harper del suo giovane amico.
«Si vede che ha fatto tanta pratica sui tappeti di casa
durante le piovose giornate inglesi». Dhani, 33enne figlio di
George e Olivia Harrison, che quando è sullo skate indossa
sempre un paio di Vans violacee, di Ben dice invece che
«è uno skater un po’ old style». Old style
è anche lo spirito con cui i tre si sono ritrovati al
Carriage House, studiolo della L.A. neofolk. Qui, in soli tre
giorni hanno registrato (divertendosi moltissimo) i 9 brani di As I
Call You Down, dato un nome al loro nuovo sodalizio (Fistful Of
Mercy, un pugno di pietà, «la più potente forma
di kung fu» secondo Harrison) e cementato la loro amicizia.
Tanto da decidere di partire quasi subito per un tour in promozione
dell’album e girare Stati Uniti e Europa con questa nuova formula
acustica.

Dhani e Joseph si sono conosciuti praticamente al Carriage
House. «Mi avevano mandato un memo su cosa fare, ma me lo
sono perso», racconta Harrison, «così mi sono
presentato con tre ukulele».

«Appena l’ho visto mi è stato simpatico»,
aggiunge Arthur che poi spiega che «quasi subito abbiamo
iniziato a suonare. Ci siamo seduti per terra, gambe incrociate e
la musica è nata spontaneamente».

«Sono arrivato in ritardo come al solito», racconta
Ben Harper, «e ho visto che Joseph e Dhani avevano già
fraternizzato. Questo è un buon inizio, mi sono
detto».

E così, al ritmo di tre canzoni al giorno, nasce il
progetto Fistful Of Mercy. Ballad acustiche e rilassate (come In
Vain Or True e l’emblematica I Don’t Want To Waste Your Time) che
aprono l’album in un’atmosfera sin troppo lo-fi e confidenziale.
Con la title track As I Call You Down si comincia a fare sul serio
tanto che alla brava violinista Jessy Green (che, Foo Fighters
permettendo, sarà parte dell’ensemble anche dal vivo) si
aggiunge il «mago della batteria» Mr. Jim Keltner.
«È un vecchio amico di famiglia», spiega Dhani
(batterista lui stesso a tempo perso che, da piccolo, ha avuto come
maestro “zio” Ringo), «e così Jim si è prestato
molto volentieri».

«Si è messo a disposizione perché»
spiega Ben «non tutti eravamo sicuri che ci sarebbe servita
una batteria tanto che, a un certo punto, Keltner ha deciso di
percuotere se stesso».

Il disco decolla e comincia a volare alto con la quarta traccia,
l’entusiasmante Father’s Son, intensa e sincopata, degna del
repertorio del miglior Ben Harper cui segue la deliziosa Fistful Of
Mercy in cui anche le armonie vocali sembrano prendere forma
compiuta. «Ho sempre avuto un debole per la Carter
Family» spiega Harper «e la collaborazione con i Blind
Boys Of Alabama ha consolidato la mia passione per le voci».
Eppure, uno dei momenti più particolari e suggestivi
dell’album è 30 Bones, strumentale semplicissimo basato su
un normale giro di accordi arpeggiati sulle acustiche con il
violino a fare da sottile contrappunto, mentre poche note di piano
(quasi fossero gocce di pioggia) rinfrescano il tutto.

Si riprende con Restore Me (sulla stessa onda dei primi due
brani) mentre Things Go ‘Round dà un tocco leggiadro e
divertito, quasi beatlesiano. With Whom You Belong, che chiude il
lavoro, è (insieme a Father’s Son) il pezzo migliore del
disco che conferma la volontà dei tre di immortalare su
nastro lo spirito di quei tre giorni di musica, amicizia e
divertimento. Senza (una volta tanto) lavorare troppo sulla
qualità delle esecuzioni, privilegiando il sentimento alla
tecnica, l’atmosfera naif alla perfezione acustica.

Più Traveling Wilburys, dunque, che CSN.

Come si può vedere da alcuni video che già
circolano in Rete, Fistful Of Mercy sembra dare dal vivo il meglio
di sé. Ne avremo la controprova il 9 e il 10 dicembre quando
Ben, Dhani e Joseph suoneranno a Milano e a Modena.

Ezio Guaitamacchi

 

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