Covid-19

Fuori era primavera. L’Italia del lockdown nel docufilm di Gabriele Salvatores

Fuori era primavera è un film commovente e sincero, realizzato da Gabriele Salvatores con i video amatoriali girati dagli italiani durante il primo lockdown.

Mentre il calendario ci dice che è passato quasi un anno dai primi casi ufficiali di Covid 19, il film collettivo di Gabriele Salvatores, Fuori era primavera – Viaggio nell’Italia del lockdown, arriva come un album di fotografie ritrovato in un cassetto. Quegli album che sei sicuro di conoscere a memoria, ma che a ogni pagina risvegliano un fiume di ricordi. Un toccante mosaico di immagini, raccolte per lo più dalla gente coi telefonini dal nord al sud del Paese, capace di farci rivivere, in 75 minuti, tre mesi di un passato recente, ma che è già stato consegnato alla storia.

Completamente realizzato in smart working, Fuori era primavera riprende un format già utilizzato dal regista nel 2014 con Italy in a day, affidando direttamente ai veri protagonisti il compito di narrare la propria quotidianità. Un modo per raccontare con immediatezza un momento storico, in questo caso drammatico e ancora in piena evoluzione. Il risultato qui è un film quanto mai corale, in cui ogni voce si unisce alle altre per comporre la sinfonia finale, che col suo mix di malinconia e speranza, arriva alle nostre orecchie con un tempismo incredibile.

Presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma lo scorso ottobre, il film (prodotto da Indiana Production con Rai Cinema)  è disponibile gratuitamente su RaiPlay, dove in meno di un mese ha superato le 150mila visualizzazioni.

Fuori era primavera regala una visione che, pur nella drammaticità di ciò che racconta, appare come una carezza, rivolta a tutti gli italiani. Un amarcord poetico e doloroso, ma anche capace di infonderci coraggio e orgoglio. Di strapparci lacrime e sorrisi, facendoci ritrovare tutta l’umanità, la solidarietà e la creatività di quei giorni in un momento in cui la rabbia e la stanchezza sembrano prendere il sopravvento.

“Di quel primo lockdown il film racconta la voglia di andare avanti, di sentirsi vicini”, ha spiegato il regista premio Oscar a Massimo Gramellini, durante la presentazione del film, andato in onda su Rai Tre il 2 gennaio. Lui stesso, ha raccontato, ha contratto il virus, fortunatamente senza conseguenze gravi, ed è stato costretto a 50 giorni di isolamento.

Durante quei mesi ho visto, forse per la prima volta, gli italiani essere un Paese vero e proprio, una res publica. Temo che, se dovessi girarlo adesso, non sarebbe più così. Spero che questo documentario serva anche a ricordarci che possiamo essere migliori.

Gabriele Salvatores, regista

Fuori era primavera, la trama

Il periodo raccontato dal film è quello della cosiddetta fase uno del lockdown, che va dall’11 marzo al 4 maggio 2020. Mesi di una primavera “sfumata” e vista dalle finestre. Una primavera che gli italiani hanno vissuto confinati nelle proprie case, nello sforzo condiviso di arginare e frenare l’epidemia di coronavirus.

Sono i giorni dello spaesamento di fronte a una situazione mai vissuta, delle conferenze stampa e dei “bollettini di guerra” della protezione civile; dei discorsi in tv (e sui social) del premier Giuseppe Conte, attesi da tutti col fiato sospeso. Sono i giorni delle canzoni sui balconi, della didattica a distanza per tutte le scuole di ogni ordine e grado; i giorni bui degli strazianti cortei funebri dei convogli militari, chiamati a trasportare le troppe vittime di questo maledetto virus.

Fuori era primavera
Lo sguardo sul mondo passa attraverso finestre e balconi, mostrando quegli scorci che per mesi sono stati l’unico panorama dei protagonisti © Indiana Production

Giorni cronologicamente ancora vicini, eppure già cristallizzati nella memoria collettiva e che riaffiorano vividi grazie al racconto diretto, sincero e senza filtri del film, affidato alle voci e alle riprese amatoriali degli italiani.

Riprese casalinghe, girate in cucina, nelle camerette e su quei balconi, diventati improvvisamente palestre, palcoscenici e luoghi di socialità. Scene viste sui social e in tv, accompagnate anche da incursioni più intime con alcuni volti a fare da filo conduttore, come quello della donna ultra centenaria, “ho visto anche questa!”,  o quelli di una coppia in attesa di un figlio, che per nascere ha bisogno dell’autocertificazione scritta sul pancione della mamma.

Tante storie comuni, mescolate a testimonianze e vicende così uniche e romantiche da sembrare perfette come trame di nuovi film.

In prima linea, tra medici e malati

A queste immagini private e famigliari, in cui, tra sorrisi e lacrime, tutti possono immedesimarsi, il film affianca quelle catturate in prima linea. In quegli ospedali e in quelle stanze diventate vere trincee di questa guerra combattuta contro il virus.

Fuori era primavera, infermieri
Il film mostra anche il lato umano dei protagonisti in prima linea: medici e infermieri impegnati in una lotta logorante e quotidiana © Indiana Production

È qui che il racconto si fa più drammatico e toccante. La scena è tutta dei malati e dei loro angeli custodi. Quei medici e infermieri, costretti a turni infiniti e a missioni impossibili. Il film ce li mostra in tutta la loro umanità. Uomini e donne, sudati e impauriti dentro i loro “scafandri”. Professionisti pronti sì a fronteggiare le malattie infettive, “ma non una pandemia”. Costretti a scrivere i propri nomi sui camici per riuscire a riconoscersi tra colleghi. Costretti a convivere ogni giorno con drammi indicibili, a farsi forza per dare forza a malati soli e disperati. E a farsi latori dei loro ultimi messaggi ai famigliari.

In sella coi rider per le città deserte

C’è anche la denuncia sociale nel film di Salvatores. È quella affidata alla voce dei famigliari delle vittime, ma anche ai giovani rider, che dall’inizio alla fine del film pedalano senza sosta, portando pacchi e consegne in una Milano deserta. Giornate di lavoro da cui tornare a casa con pochi euro (“anche oggi si guadagna domani”).

Fuori era primavera, rider
Uno dei fili conduttori del film è affidato alla voce dei rider, che pedalano senza sosta nelle città deserte © Indiana Production

Ma la denuncia più forte fatta dal film è affidata alle sue immagini di apertura, dedicate alla natura maestosa e generosa da una parte e spaventosa e omicida dall’altra. Una cornice che suggerisce subito una lettura precisa di questa pandemia. Non si tratta di una sventura imprevedibile e casuale, ma la conseguenza di come l’umanità ha maltrattato il pianeta con deforestazione, allevamenti intensivi e sistemi industriali, distruggendo gli habitat e creando promiscuità tra aree selvagge e civilizzate.

Molti dei problemi che viviamo dipendono dal modo in cui abbiamo maltrattato il pianeta. Io non sono un no global, ma riconosco i grandi limiti della globalizzazione. Per rinascere dobbiamo riconsiderare il nostro impatto.

Gabriele Salvatores, regista

La forza dell’autenticità

E così, mentre l’umanità affronta nuove drammatiche ondate della pandemia, questo documentario si fa prezioso strumento di memoria collettiva, come esplicitato anche dalla tag line del film: “perché la memoria costruisce il futuro”.

Fuori era primavera, ballerini
Il film mostra lo spirito di intraprendenza degli italiani, costretti ad arrangiarsi e ad inventare nuove soluzioni per portare avanti il proprio lavoro anche durante il lockdown © Indiana Production

Quello che sicuramente riesce a suscitare il film Fuori era primavera è una sensazione di malinconia e profondissima commozione, mista a un senso di solidarietà e “cameratismo”. Di quelli che solo i compagni di sventura possono provare. Ed è proprio da lì che dovremmo ripartire, uniti e solidali, come lo siamo stati in quei giorni.

Al regista va il merito del tempismo e della capacità, propria solo del grande cinema, di saper sublimare la realtà, catturandola senza retoriche per poi restituirla piena di significato.

Questa volta, però, il merito dell’artista è da condividere con i tanti autori dei video e con tutto il team creativo, capace di valorizzare persino quei filmati mossi, un po’ sgranati e dalle inquadrature sbilenche, che hanno regalato al film la grande forza dell’autenticità.

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