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Il metodo di Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro di Berlino con i migranti di Fuocoammare

Arte e politica insieme, si legge nella motivazione della giuria di Berlino presieduta da Meryl Streep, “travolta dalla compassione”. Ecco come è nato il docufilm di Gianfranco Rosi sui migranti e gli isolani a Lampedusa.

Un modo dei tedeschi per lavarsi la coscienza? Un gesto catartico? Un tributo di testimonianza? Un riconoscimento puro all’arte impegnata? Quali che siano le motivazioni, l’Italia ha accolto con orgoglio, con fierezza, quasi con spirito di rivalsa, l’assegnazione dell’Orso d’oro di Berlino a Gianfranco Rosi.

 

Berlino, Orso d’oro per il miglior film a Gianfranco Rosi con Fuocoammare

Con una storia di migranti e isolani, l’unico film italiano in corsa alla 66esima edizione del Festival di Berlino si è così aggiudicato il massimo premio.

 

"Il mio pensiero più profondo va a tutti coloro che non sono mai arrivati a Lampedusa, a coloro che sono morti", dice, "dedico questo lavoro ai lampedusani che mi hanno accolto e hanno accolto le persone che arrivavano. È un popolo di pescatori e i pescatori accolgono tutto ciò che arriva dal mare. Questa è una lezione che dobbiamo imparare".
“Il mio pensiero più profondo va a tutti coloro che non sono mai arrivati a Lampedusa, a coloro che sono morti”, dice, “dedico questo lavoro ai lampedusani che mi hanno accolto e hanno accolto le persone che arrivavano. È un popolo di pescatori e i pescatori accolgono tutto ciò che arriva dal mare. Questa è una lezione che dobbiamo imparare”.

 

“Il mio pensiero va a tutti coloro che non sono mai arrivati a Lampedusa nel loro viaggio di speranza, e alla gente di Lampedusa che da venti trenta anni apre il suo cuore a chi arriva” ha detto il regista Gianfranco Rosi, ricevendo l’Orso d’oro.

 

 

Il documentario, che racconta il flusso dei migranti verso il nostro Paese, è stato girato da Rosi nell’isola di Lampedusa durante tutto un anno, mostrando la realtà degli isolani di fronte al fenomeno dell’immigrazione. È al cinema dal 18 febbraio.

 

La motivazione dell’Orso d’oro: un film che mette insieme arte e politica

La presidente della giuria Meryl Streep, al fianco del direttore Dieter Kosslick, legge il verdetto: “Film eccitante e originale, la giuria è stata travolta dalla compassione. Un film che mette insieme arte e politica e tante sfumature. È esattamente quel che significa arte nel modo in cui lo intende la Berlinale. Un libero racconto e immagini di verità che ci racconta quello che succede oggi. Un film urgente, visionario, necessario”. Rosi ha impiegato un anno per riprendere i flussi migratori verso le coste italiane: a Lampedusa, si è fermato un anno intero raccontando la disperazione di famiglie in cerca di un futuro e la difficoltà degli isolani. L’invito a partecipare al festival è arrivato dalla Berlinale mentre Rosi stava terminando il montaggio del film sull’isola.

 

Il metodo totale di immersione di Gianfranco Rosi

Nel suo viaggio intorno al mondo per raccontare persone e luoghi invisibili ai più, dopo l’India dei barcaioli (“Boatman”), il deserto americano dei drop-out (“Below Sea Level”), il Messico dei killer del narcotraffico (“El Sicario”, “Room 164”), la Roma del Grande Raccordo Anulare (“Sacro Gra”, che vinse il Leone d’oro a Venezia nel 2013), Gianfranco Rosi è andato a Lampedusa per cercare le storie legate alle ondate di migrazione e di sbarchi, seguendo il suo metodo di immersione totale. Rosi si è trasferito per più di un anno sull’isola facendo esperienza di cosa vuol dire vivere nel posto di confine più simbolico tra l’Italia, l’Europa e i paesi in guerra.

 

All’inizio del documentario si era ritrovato in un’isola senza sbarchi e quindi ha iniziato a filmare gli abitanti, i loro stati d’animo. Poi, ha potuto documentarsi con gli operatori umanitari e gli ufficiali delle navi militari. Infine, in estate sono arrivati i primi sbarchi. Così ha potuto raccontare i destini di chi sull’isola ci abita da sempre, i lampedusani, e chi ci arriva per andare altrove, i migranti.

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