Cooperazione internazionale

Cisgiordania, il popolo palestinese guarda con ansia alle mosse israeliane

Le negoziazioni per l’annessione unilaterale di Israele di parte della Cisgiordania palestinese proseguono. Ma il popolo palestinese non resta a guardare.

Il primo luglio doveva essere la data dell’annessione unilaterale da parte di Israele del 30 per cento del territorio palestinese della Cisgiordania. L’operazione avrebbe dovuto seguire “l’accordo del secolo” annunciato a gennaio dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con cui si vorrebbe porre fine al conflitto israelo-palestinese. Le negoziazioni tra Israele e Stati Uniti, così come quelle interne al governo israeliano, sono però ancora in corso e per il momento la colonizzazione della Palestina, già effettiva da decenni, non è stata ancora ufficializzata.

In migliaia sono comunque scesi in piazza in Cisgiordania, nella striscia di Gaza, ma anche nel resto del mondo, per farsi sentire contro quello che, come spiega a LifeGate S.E. Abeer Odeh, ambasciatrice palestinese in Italia e già ministra dell’Economia nazionale palestinese, “è senza dubbio il peggior piano di sempre per la causa palestinese”.

Il piano Trump

Che gli Stati Uniti da sempre siano schierati dal lato israeliano nel conflitto israelo-palestinese, è indubbio. Ancora più indubbia è la posizione di Donald Trump al riguardo. Durante il suo mandato, ha fatto spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, un gesto molto forte per affermare simbolicamente il controllo israeliano sulla città contesa. Inoltre, Trump ha dichiarato di non considerare più illegali le colonie israeliane in Cisgiordania, come invece vorrebbe il diritto internazionale.

È sulla scia di queste idee che a gennaio il presidente degli Stati Uniti ha presentato il suo “accordo del secolo”, un presunto piano di pace fondato sulla soluzione a due stati, ma completamente sbilanciato dalla parte di Israele. Dunque rigettato dalle istituzioni palestinesi fin da principio.

Secondo il piano, Israele avrebbe il diritto di annettere ufficialmente tutte le colonie esistenti sul territorio palestinese, qualcosa come 132 insediamenti riconosciuti e 121 avamposti non ufficiali popolati da circa 430mila ebrei, oltre che le aree contigue e le strade di accesso. Queste colonie sono sorte a partire dal 1967, quando con la vittoria della Guerra dei sei giorni Israele iniziò a trasferire illegalmente civili nell’area, costruendo insediamenti e relative infrastrutture per collegarli allo stato. Dal momento che le colonie sono così tante, la Palestina con il nuovo piano si trasformerebbe in uno stato a macchia di leopardo, intervallato da continue exclavi israeliane, cioè territori separati dalla parte principale dello Stato di appartenenza, e dunque privo di ogni continuità geografica.

Il piano di Trump prevede inoltre l’annessione a Israele delle zone della Cisgiordania che, secondo gli accordi di Oslo del 1993, sarebbero dovute andare a far parte di un futuro stato palestinese ma che ancora oggi sono a gestione civile e militare israeliana.

A Israele andrebbe anche la valle del Giordano, che già oggi controlla per la quasi totalità, così come si confermerebbe il controllo israeliano su Gerusalemme Ovest. Le concessioni lato Palestina sarebbero invece esigue: un’area di Gerusalemme Est; la costruzione di un tunnel tra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, per facilitare il movimento dei palestinesi; la cessione alla Palestina di un pezzo di terra al confine con l’Egitto; il congelamento per un periodo di tempo delle costruzioni e demolizioni israeliane sul territorio palestinese.

L’opposizione palestinese (e israeliana)

“Si tratta di un piano inaccettabile, non solo per il popolo palestinese ma per la comunità internazionale tutta”. A dirlo a LifeGate è S.E. Abeer Odeh, ambasciatrice palestinese in Italia e già ministra dell’Economia nazionale palestinese, la prima donna a ricoprire tale carica. Le colonie già esistono, così come già esiste un’amministrazione militare israeliana in questi e altri territori della Cisgiordania. Il piano di Donald Trump renderebbe però una realtà di fatto questa situazione, di fatto legittimandola, offrendo una base giuridica all’applicazione della legge israeliana in larghi tratti del territorio palestinese e, in fin dei conti, creando un precedente pericoloso.

“Le clausole previste dall’accordo israelo-americano sono contrarie al diritto internazionale e al diritto palestinese all’autodeterminazione. Con esso si dà ai coloni israeliani il diritto di trasformarsi da occupanti a controllori veri e propri, l’occupazione da temporanea diventa così permanente”, sottolinea Abeer Odeh. “Il risultato di questo piano è che i palestinesi vengono lasciati senza terra, senza controllo sulle risorse naturali, senza connessioni con il mondo di fuori. Tutto questo è molto pericoloso”.

La comunità internazionale ha provato a farsi sentire. Il piano è stato condannato, così come in passato venivano condannate le politiche di insediamento israeliane. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto a Israele di abbandonare il piano di annessione, mentre l’Alta commissaria dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha parlato di illegalità a proposito del progetto. Tutto questo però non basta.

“C’è stata una reazione internazionale, ma non è stata abbastanza forte. Israele lo conosciamo: senza che vengano prese azioni concrete, senza sanzioni, non ascolta nessuno. È quindi importante che la comunità internazionale si faccia sentire in modo più forte e andando al di là dei semplici messaggi. È necessario un cambiamento nell’approccio”, continua Abeer Odeh. “Serve un riconoscimento ufficiale della Palestina come stato con i confini del 1967 e Gerusalemme Est capitale, allo stesso tempo occorre comminare sanzioni a Israele. Altrimenti continuerà a non rispettare il diritto internazionale e a ignorare le prese di posizione internazionali”.

Chi non è favorevole al piano è anche una fetta di popolo israeliano. Non perché solidale con la causa palestinese, ma perché contrario a ogni soluzione a due stati, anche quella “trumpiana” nettamente favorevole alla parte israeliana. I leader delle colonie hanno in mente un progetto di Grande Israele che non fa concessioni alla controparte palestinese nelle politiche di annessione. L’idea di rinunciare a Gerusalemme Est, a porzioni di territorio al confine con l’Egitto e, più in generale, di consentire alla Palestina di esistere, non va giù a questi gruppi più estremisti, che stanno facendo sentire la loro voce contro il governo di Benjamin Netanyahu. Una voce difficile da ignorare, dal momento che viene dagli stessi territori su cui si gioca la partita.

Cosa ci aspetta nelle prossime settimane

Da tempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu indicava nel primo luglio la data decisiva per la messa in pratica del “piano del secolo”. L’accordo di governo tra il Likud (il partito di Netanyahu) e il partito Blu e bianco (guidato da Benny Gantz) individuava proprio in quella data il momento in cui il premier avrebbe sottoposto l’accordo di Washington al Comitato per la sicurezza nazionale e poi al governo, per l’approvazione definitiva. Ma i contenuti restano ancora vaghi, la mappa definitiva delle annessioni non è stata ancora redatta ed è al vaglio di un apposito comitato sino-americano e, intanto, il partner di governo Gantz, ministro della Difesa, ha rallentato l’iter, sottolineando che vi sono altre priorità come l’emergenza coronavirus.

Manifestanti con le maschere del premier Benjamin Prime Minister Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Benny Gantz
Manifestanti con le maschere del premier Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Benny Gantz © Amir Levy/Getty Images

Netanyahu non vuole però perdere tempo, anche perché a novembre potrebbe cambiare l’inquilino della Casa Bianca e l’approccio alla questione israelo-palestinese sarebbe certamente più moderata in caso il nuovo presidente fosse il democratico Joe Biden. I negoziati vanno allora avanti, nelle scorse ore c’è stato un incontro con l’ambasciatore statunitense David Friedman e l’inviato speciale Avi Berkowitz. L’annessione unilaterale, dunque, sembra cosa imminente.

Le proteste nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, scoppiate nei giorni scorsi e acuitesi il primo luglio nel “giorno della rabbia”, vanno allora avanti, per farsi sentire contro un destino che sembra già scritto. Migliaia di palestinesi sono scesi in piazza contro un piano che concederebbe loro il territorio più limitato e spezzettato mai offerto dalla comunità internazionale. E dal lato israeliano si sta reagendo con la violenza.

“Ci sono state diverse manifestazioni nei giorni scorsi e ce ne sono altre in programma. Le persone stanno aspettando di vedere cosa succederà ma intanto scendono in strada, anche se nessuno sa ancora nulla sull’implementazione del piano dato che il ministro degli Esteri israeliano continua a restare sul vago”, conclude Abeer Odeh. “La polizia israeliana sta reagendo in modo tutto tranne che pacifico. Hanno arrestato diverse persone negli ultimi giorni. Sono entrati a Hebron, l’area più affetta dal coronavirus, e la pattugliano giorno e notte arrestando decine di persone, lì come altrove. La reazione delle autorità israeliane alle proteste è estremamente dura, ma non è nulla di nuovo. Per i palestinesi, purtroppo, è la normalità”.

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