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Uno dei principali parchi nazionali d’Italia potrebbe essere smembrato e diviso in una serie di parchi provinciali che garantirebbero minore tutela alla biodiversità.
Il fischio di una marmotta che avvisa i membri della colonia della vostra presenza, il volteggiare maestoso del gipeto che si staglia nel cielo, l’elegante e spericolato incedere di uno stambecco, queste e tante altre ancora le emozioni che è in grado di offrire il Parco nazionale dello Stelvio.
Con i suoi 130.734 ettari è l’area protetta più estesa dell’Italia settentrionale, situata tra le regioni di Trentino-Alto Adige e Lombardia. Presto questo monumento alla biodiversità italiana, fondato ottanta anni fa, potrebbe non esistere più, perlomeno come lo conosciamo oggi, se il Consiglio dei Ministri dovesse avallare l’intesa sottoscritta da ministero dell’Ambiente, Regione Lombardia e Province Autonome di Trento e Bolzano, per stravolgerne la gestione e le tutele.
Il destino del parco è ancora incerto ma potrebbe essere suddiviso in una serie di parchi provinciali, di conseguenza non potrebbe più fregiarsi del titolo di “parco nazionale” e godrebbe quindi di un minore livello di protezione.
Il cambiamento sarebbe dettato dall’insuccesso nella gestione dell’area del Consorzio Parco Nazionale dello Stelvio, l’ente che ha gestito il parco negli ultimi venti anni, dovuto anche alla scarsa collaborazione da parte di Regione e Province e ad una presenza eccessivamente burocratica del Ministero dell’Ambiente.
Chi rischia di risentire principalmente della situazione è il parco, l’accordo sottoscritto, infatti, dividerebbe l’area in tre unità separate e autonome e prevede che al posto dell’ente unitario di gestione si insedi un “comitato di coordinamento”, privo di qualsiasi personalità giuridica, e che non potrebbe opporsi ad eventuali modifiche sia al piano del parco che al perimetro dell’area protetta decise da Regione e Province Autonome, cui spetterebbero la gestione giuridica e amministrativa.
La ripartizione del parco lo indebolirebbe e lo esporrebbe all’amputazione di parti protette in favore della costruzione di impianti sciistici o di sfruttamento idroelettrico. Gli ambientalisti e chiunque ama la montagna chiedono allo Stato di fare un passo indietro e di non rinunciare ad esercitare qualsiasi funzione di controllo nei confronti di uno dei parchi nazionali più amati d’Italia.
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