Anche l’Italia si prepara ad accogliere la legge per il ripristino della natura
La Nature restoration law è stata approvata dal Parlamento europeo nel 2024
In Parlamento è iniziato l’iter per il decreto legislativo che adotterà il regolamento europeo: le associazioni chiedono più finanziamenti per il piano.
La Nature restoration law è stata approvata dal Parlamento europeo nel 2024
Finalmente anche l’Italia si prepara ad accogliere la Nature Restoration Law, il regolamento europeo sul ripristino della natura, una delle norme più ambiziose degli ultimi anni in materia di biodiversità. Varata dall’Unione europea nel 2024, la legge è arrivata ora all’attenzione della Commissione Ambiente del Senato, che ha cominciato a sentire gli esperti – scienziati, ricercatori, associazioni non governative – che dovranno dare pareri e indirizzano sullo schema di decreto legislativo che dovrà tradurre in pratica gli obiettivi fissati da Bruxelles. In settimana, per esempio, sono stati ascoltati WWF e Lipu.
Quella approvata da Bruxelles è una legge storica, che permette per la prima volta di fissare obiettivi vincolanti per il recupero degli ecosistemi degradati, direttamente o indirettamente, dall’attività umana: nello specifico, la legge prevede che entro il 2030 dovrà essere avviato il ripristino di almeno il 20 per cento delle aree terrestri e marine e di almeno il 30 per cento degli habitat oggi in cattivo stato di conservazione. Quota che dovrà salire al 60 per cento nel 2040 e al 90 per cento nel 2050. Ma la legge coinvolge l’intero territorio, non solo le aree protette: foreste disboscate, fiumi deviati con dighe e barriere, zone umide prosciugate, suoli degradati, fondali marini depauperato, ma anche città con poco verde.
Lo schema di decreto arrivato all’esame del Parlamento stabilisce soprattutto l’architettura istituzionale che dovrà garantire il rispetto degli obiettivi della legge sul ripristino della natura: il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e il ministero dell’Agricoltura saranno le autorità nazionali competenti, con compiti differenziati su ecosistemi terrestri, marini, agricoli, forestali e urbani. Ma anche Regioni, enti parco, autorità di bacino, Comuni e Città metropolitane avranno un ruolo chiave nella messa a terra delle misure: dalla rinaturalizzazione dei fiumi alla tutela degli impollinatori, fino all’aumento del verde urbano e alla piantumazione di nuovi alberi. Entro il mese di settembre l’Italia dovrà presentare alla Commissione europea un Piano nazionale di ripristino, che indicherà interventi concreti, priorità e modalità di attuazione. Secondo il decreto però l’attuazione dovrà avvenire senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, in pratica utilizzando le risorse già disponibili, e questo è in effetti il nodo più spinoso della questione.
Proprio su questo punto infatti si concentra la preoccupazione di WWF Italia e Lipu: le due associazioni naturalmente accolgono con favore l’iniziativa del Governo di recepire il regolamento europeo, ma avvertono: senza risorse finanziarie specificamente destinate al Piano nazionale di ripristino, l’Italia rischia di non rispettare gli impegni assunti entro il 2030. “Le risorse per la natura sono un investimento nel futuro del Paese: gli ecosistemi sani sono alla base dei servizi essenziali per la vita umana – acqua pulita, aria respirabile, suoli fertili, protezione dalle alluvioni. Ogni anno di ritardo aumenta il costo del ripristino e riduce le possibilità di successo”, sottolineano all’unisono Secondo WWF e Lipu “un assenza di adeguate risorse finanziarie specificatamente destinate all’attuazione del Piano nazionale di Ripristino, risulterà impossibile rispettare gli impegni e conseguire gli obiettivi previsti dal Regolamento europeo”, avvertono.
Per esempio, fa notare Lipu, l’Italia sta vivendo un drammatico calo della presenza di uccelli selvatici, con un meno 33 per cento sul territorio nazionale, ma con punte di -50 per cento nelle pianure alluvionali, e secondo i dati 2025, delle 28 specie tipiche degli agroecositemi, utilizzate per il calcolo dell’indicatore, il 71 per cento presenta un declino significativo: un declino che per l’associazione può essere fermato con una corretta applicazione della legge sul ripristino della natura.
Le richieste: fondi dedicati e incentivi fiscali
Per questo, in vista della scadenza del 2030, le associazioni in audizione hanno portato una serie di “consigli” da esperti del settore, suggerendo ad esempio di inserire nel decreto l’obbligo per le amministrazioni di destinare risorse specifiche e programmate al Piano, utilizzando fondi europei, nazionali e regionali disponibili; meccanismi di incentivazione fiscale, come crediti d’imposta, per imprese e privati che contribuiscano agli interventi di ripristino.
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L’avvio dei lavori per l’adozione della legge sul ripristino della natura avviene, casualmente ma non troppo, in una fase in cui dopo le alluvioni e le frane che hanno colpito soprattutto il Sud Italia, il ripristino della natura non è solo una questione ambientale ma anche un tema politico di grande attualità: ecosistemi sani significano maggiore resilienza alla crisi climatica, meno rischi idrogeologici, agricoltura più stabile, qualità della vita nelle città. Presto, forse, avremo finalmente una una strategia nazionale coerente, credibile e finanziata sul ripristino della natura.
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