James Blake – James Blake

Il primo album di James Blake, un’artista che ha già stregato mezzo mondo.

E poi arriva James Blake, un non-musicista che manda tutto all’aria. Arriva un
tizio inglese di 22 anni e mette assieme la fragilità
dolente del nuovo cantautorato con i suoni volutamente imperfetti
dell’elettronica contemporanea. Arriva un deejay, uno su cui un
amante di musica suonata non scommetterebbe un euro, arriva e tira
fuori un disco di formidabile intensità. Un disco che riesce
a dire cose nuove in questi anni di post tutto. Se esistesse una
cosa chiamata soul degli anni zero, avrebbe il suono di James
Blake: è un radiogramma dell’anima, un lamento che stravolge
eppure lenisce, una voce sensibile che emerge da un rumore di fondo
fatto di suoni palpitanti e di fruscii interferenziali. Pure i
silenzi dicono cose, in questo disco.

Ad ascoltarlo cantare si direbbe che Blake si sia ispirato a
Antony: per via dello stile, del colore della voce, di quella
specie di lamento femmineo che gli esce dalla bocca. Cambiano
l’estensione, l’eleganza, il mondo sonoro. Cambia tutto
giacché l’inglese ama trattare la voce, manipolarla,
scolpirla digitalmente. Perché Blake è una creatura
strana, il figlio di questi anni di conoscenza orizzontale e
d’imprevedibili connessioni. Viene dal dubstep, dal mondo dei remix
e dei 12 pollici, ma ha pure studiato pianoforte classico, ha
suonato l’organo gospel e s’è cimentato, adolescente, a
cantare sui dischi di casa Motown e Stax. Non mi stupirebbe
scoprire che ha amato il trip-hop e in particolare i Portishead.
Blake gioca con le imperfezioni, con gli aloni sonori, col fuori
fuoco, con la “sporcizia” che usa per alimentare
l’espressività.

Lo fa sia quando canta, con microglissandi o prendendosi
libertà d’intonazione. E lo fa quando costruisce i suoi
ambienti sonori con glitch che s’innestano su architetture
minimali: note sparpagliate, pochi accordi, suoni bassi, piccole
sorprese che scompigliano lo scenario sonoro. A volte un
pianoforte. Una chitarra acustica. Non è un collage
pasticciato, perché Blake ha l’orecchio del musicista e la
sensibilità del sound designer, caratteristiche necessarie
per far risuonare carica di significato anche la voce passata
attraverso un autotuner, che finalmente non viene usato in modo
kitsch. I testi hanno la medesima espressività essenziale
delle musiche.

Sono semplici, quasi primordiali nel trasmettere pochi concetti, a
volte ripetendoli con ostinazione: messaggi elementari, che nel
contesto creato da Blake assumono l’ossessività del mantra e
la compiutezza asciutta dell’haiku. Tutto finisce in un lavoro cupo
e stranamente spirituale, forse per via del gusto per la musica
nera coltivato da Blake, un gusto che emerge nitidamente nel quasi
gospel che chiude il disco. Il tocco gelido della macchina e la
vibrazione struggente della voce umana. Fanno 38 minuti: non ne
serviva uno di più.

Claudio Todesco

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