Diritti umani

John Fitzgerald Kennedy: la storia, il mito, la memoria

Il 22 novembre 1963 veniva assassinato il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Ecco i momenti principali della sua presidenza.

Spari che colpiscono John Fitzgerald Kennedy, l’America, il mondo, in una stagione di grandi tensioni, di speranze e di cambiamenti. Per il delitto viene arrestato Lee Harvey Oswald, un killer dall’ambiguo passato. Due giorni dopo, Oswald è ucciso nella stazione di polizia dove era detenuto da Jack Ruby, uomo legato alla mafia. Ruby sarebbe morto poco dopo per un tumore.

Figlio di un’influente famiglia di Boston, decorato nella Seconda guerra mondiale, ex giornalista, Kennedy aveva iniziato la carriera come deputato (1947-1953), per poi passare al Senato nel 1953; rieletto senatore (1959), nel ’60 conquista la nomination del partito democratico per la Casa Bianca. Kennedy vince le presidenziali, contro Richard Nixon, nel novembre 1960, succedendo a Eisenhower. Ha 43 anni.

È il più giovane presidente americano eletto. Il primo esponente cattolico ad arrivare alla guida del Paese. Il primo presidente dell’era televisiva. Il primo a richiamare e a mettere al centro di tutti i suoi discorsi valori e ideali. A trasmetterli, i valori, gli ideali.

“La Presidenza USA è il posto di maggior potenza del mondo libero. Attraverso la sua leadership può provenire una vita più vitale per il nostro popolo” dice, accettando la candidatura presidenziale, il 2 gennaio 1960. Una vita vivificata con il rispetto dei diritti, dall’eradicamento della povertà e, cardine della sua politica, dalla pace.

Nel discorso inaugurale della sua Presidenza, il 20 gennaio 1961, propose: “Cerchiamo di risolvere i problemi che ci uniscono, non di complicare quelli che ci dividono… E contro i nemici della pace, non è possibile costituire una grandiosa, globale allenaza, Nord e Sud, Oriente e Occidente, per assicurare una vità più fruttifera per tutta l’umanità? Vi unirete a noi in questo storico sforzo?”.

John F. Kennedy con il figlio. ©Liaison Agency
John F. Kennedy con il figlio. ©Liaison Agency

Nel marzo 1961 inaugurò le Forze di pace americane: pool di lavoratori e forze dell’ordine da inviare in Paesi bisognosi, nei momenti di crisi. Un abisso di civiltà, rispetto ai nostri giorni, scavato dalle sue parole! “Noi manderemo all’estero Americani richiesti, voluti e ben accetti dai paesi ospiti”.

All’Onu, nel settembre 1961: “Lo sviluppo di questa Organizzazione resta l’unica vera alternativa alla guerra e la guerra non appare più come un’alternativa razionale”.

Nel pieno della crisi dei missili nucleari installati a Cuba dai Sovietici a Cuba, nell’ottobre del 1962, ribadì: “La condotta aggressiva, se lasciata passare incontrollata, conduce infine alla guerra. La nostra Nazione si oppone alla guerra. Noi siamo fermi sulla nostra parola”.

La grandezza di queste parole risalta, resiste alla prova della storia: pronunciate più cinquant’anni fa, sono oggi valide e attuali. Resta, nella storia, l’impegno per il dialogo e la distensione nella difficilissima crisi dei missili a Cuba, quando con la giusta unione di determinazione e diplomazia, Kennedy e Krusciov evitarono un conflitto nucleare. Resta, sul fronte interno, l’incessante lotta contro le discriminazioni razziali e per il riconoscimento dei diritti civili, condotta insieme al fratello Robert, ministro della Giustizia dell’Amministrazione Kennedy.

In una intervista alle tv americane, Ted Kennedy, fratello di John, ha detto: “al senso di perdita s’accompagna un senso di ispirazione, perché John indirizzò gli Stati Uniti verso alti ideali”. Unendo nel ricordo gli altri fratelli, Joseph, morto nella Seconda guerra mondiale, e Bob, il senatore assassinato nel ’68, Ted li ha definiti “eroi” che puntavano a realizzare “il meglio dei nostri ideali e dei nostri valori”.

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