La bellezza come contemplazione

L’amore per il bello è costitutivo dell’essenza umana. Occorre, però, recuperare la contemplazione, riattivare la visione interiore ed esteriore

La natura originaria della bellezza – la sua essenza più autentica – probabilmente riposa nel cuore degli dei, custodi di ogni verità e di ogni valore. L’uomo, tuttavia, può goderne la magia, comunicarne la carica vitale, creatrice, rasserenatrice; può, insomma, viverla pienamente in quella straordinaria fusione tra interno ed esterno, soggetto e oggetto, per poi fare partecipi gli altri dell’incantesimo che la bellezza stessa produce.

Tuttavia, nell’età della massificazione, dei “monologhi collettivi”, delle recite a soggetto, sembra che l’uomo abbia smarrito il senso della forma, dell’armonia, dell’ordine interiore, della meraviglia gioiosa. Eppure la bellezza, quasi come un fiume carsico, non ci ha abbandonato, proprio perché, sia pur mascherata, deviata, ammalata, ci abita come veste naturale: l’amore per il bello è costitutivo dell’essenza umana. Occorre, però, recuperare la contemplazione, riattivare la visione interiore ed esteriore in contrapposizione al fare, all’agire esasperato ed esasperante per le capacità di sopportazione della nostra anima sempre più smarrita e dimentica delle proprie origini spirituali. In una parola occorre tornare ai Greci, che della contemplazione, dell’armonia, della “misura” e della virtù – in una parola della bellezza – hanno fatto un vero e proprio modello d’esistenza.

Recuperare la bellezza vuol dire recuperare anche l’amore, che, come insegna Platone, ad essa è strettamente connesso, ma vuol dire anche guardare con maggior fiducia e ottimismo alla vita, proprio perché la bellezza rasserena. Konrad Lorenz ha colto tutto questo in modo stupendo: “Un uomo capace di vedere quanto è bello l’universo non potrà non assumere di fronte a esso un atteggiamento ottimistico… Avendo educato e affinato la sua sensibilità per le grandi armonie, egli sarà in grado di distinguere ciò che è sano da ciò che è malato…”. La contemplazione, però, diventa autentica solo se si riguadagna in profondità il concetto di lentezza: travolti dai ritmi ossessionanti che la vita c’impone, releghiamo la contemplazione della bellezza a qualche sporadica o abitudinaria gita domenicale “fuori porta”, in modo spesso svogliato, artificioso.

Di contro, si può cogliere il bello anche rubando qualche breve frammento di tempo ai nostri impegni sociali o lavorativi. Perché non provare a percorrere a piedi, anche solo per un breve tragitto, le vie della nostra città o dei nostri luoghi lavorativi – senza “l’orologio alla mano” -, ammirando qualche via particolare, un balcone fiorito, un antico palazzo? Perché non soffermare il nostro sguardo sui tanti volti che ci circondano, spogliati, finalmente, di quell’impersonalità che caratterizza solitamente il nostro rapporto con loro, anonime “macchine” di un inesauribile circuito produttivo, “tecnico”? Forse in questo modo, per usare la plastica immagine platonica, sarà possibile “rimettere le ali all’anima”!

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