Leo Pari: un grillo per la testa

Intervista a Leo Pari che ha scritto un brano dedicato a Beppe Grillo.

…perché? Chiediamolo direttamente a Leo
Pari.

Quando la gente non ti conosce ti chiede “che musica fai? Qual
è il tuo genere?” è difficile rispondere! Detesto
mettere un’etichetta alle cose. La mia ispirazione non è
limitabile ad un solo mondo, quindi faccio quello che mi sento di
fare, un giorno posso dedicarmi alla chitarra acustica e un altro
al sintetizzatore… Non voglio rimanere imprigionato nelle
etichette. Le etichette nascono per semplicità, per rendere
comprensibili a tutte le persone i concetti. Accomunare è
più facile che capire esattamente le sfumature all’interno
di un progetto artistico, qualunque esso sia, un libro, un film, un
disco. Non mi faccio il problema di avere una forzata coerenza per
quello che scrivo: ci sono pezzi più hip hop e ci sono pezzi
che vanno a ricercare nel folk, piuttosto che nel reggae. Ascolto
tantissime cose differenti e mi piace fare un “non genere”. Il mio
obiettivo è cercare di ottenere pezzi belli, friabili, pop,
ascoltabili dalle persone.

 

Leo Pari, hai scritto un brano dedicato a Beppe Grillo, “un
Grillo per la testa”, che ora lui usa per chiudere i suoi
spettacoli. Com’è andata?

Lo trovo interessante e intelligente e soprattutto provo stima
nei suoi confronti per i sacrifici che ha fatto, come ad esempio
smettere di lavorare in televisione e avere pochi spazi per la
propria arte. Nonostante questi impedimenti, Grillo ha continuato a
dimostrare che ce la si può fare da soli. Il mio è un
pezzo che nasce come un omaggio, un omaggio sentito. Nel testo mi
limito a sintetizzare in rima quella che è la sua filosofia.
L’ho realizzato di getto, l’ho spedito al suo blog, ai miei amici
chiedendo di farlo girare. Un giorno mi ha scritto lo staff di
Grillo dicendomi che il pezzo era molto piaciuto a Beppe, che
chiedeva di poterlo inserire nel suo spettacolo. Da allora lo usano
come sigla di chiusura di “Incantesimi”, il nuovo spettacolo.

 

Si sente Grillo che canta: “Non ce la faccio
più…”

La voce l’ho presa dalla sigla di “Te la do io l’America”, una
trasmissione televisiva che faceva negli anni ’80. Non ho chiesto
niente a nessuno: mi sono scaricato da Internet la sigla della
trasmissione, ho preso un suo discorso sulla Parmalat, li ho
campionati e li ho riutilizzati.

 

Si intuisce che tu fai largo uso del computer…
ma nel disco ci sono anche musicisti “veri”.

Ci sono dei pezzi che creo da solo con il computer, mescolando
suoni e looppando ciò che ho suonato, e altri che invece
nascono in sala prove, con il gruppo; siamo in cinque più
mio fratello, che con me è l’autore della maggior parte
della musica dell’album.

 

Parlaci del brano “Chi ci capisce è
bravo”

È una riflessione sulla realtà che ci circonda.
Nasce da una sorta di disorientamento. Dice: “Chi ci capisce
è bravo in quest’epoca di nuove cose, dove chi non ci
capisce è schiavo della saggezza ‘acqua di rose’… in
questa gara del più furbo, sembra sempre di andare piano,
mentre gli hanno il turbo”.

Penso a quanti non si sanno adeguare e correre alla stessa
velocità con cui corrono i tempi e si ritrovano indietro
nella “gara del più furbo”, dell’arrivismo.

Sconcertato, non mi rimane che dire “chi ci capisce è
bravo”.

 

E “Io ti lascio”?

Parla di una persona che ha deciso di essere indipendente e
lascia la sua partner per vivere la sua vita in altre direzioni.
Pur non sapendo quali saranno, decide di fare questa scelta
coraggiosa perché è stanco di avere una persona che
gli chiede continuamente di scegliere fra lei e tutto il resto del
mondo. Lui sceglie tutto il resto del mondo. È nata in un
momento di crisi con la mia ragazza.

Questo è un disco con varie atmosfere: dalla critica
sociale si passa a pezzi che hanno tematiche di vita personale
vissuta o ispirate comunque a temi sentimentali.

 

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