Il programma di recupero di minorenni e giovani adulti cresciuti in famiglie legate alla criminalità, nato a Reggio Calabria, sta per diventare nazionale.
La mela non cade mai troppo lontano dall’albero, si dice. Qualche volta però il vento, una strada in discesa, o magari la mano di qualcuno può portarla lontano, molto lontano. Al sicuro. Il 1 luglio la Camera dei deputati ha dato il via libera, in prima lettura e all’unanimità, alla proposta di legge Liberi di scegliere, che introduce per la prima volta in modo organico un sistema di protezione e sostegno per i minorenni che crescono in famiglie legate alla criminalità organizzata, al narcotraffico o alle associazioni mafiose, e che trovano la forza, il coraggio e la consapevolezza di affrancarsene.
Liberi di scegliere: non esiste il peccato originale
La famiglia in cui si nasce e cresce non si può scegliere: ci sono bambini che si ritrovano fin dall’infanzia dentro dinamiche di violenza, intimidazione o coinvolgimento diretto in attività illecite. Ma si può scegliere di uscirne e la legge nasce proprio da qui: dal riconoscimento che questi minori sono, prima di tutto, vittime di un contesto che li espone a un grave pregiudizio per la loro integrità psicofisica, anche quando finiscono per esserne coinvolti attivamente.
Il provvedimento si rivolge a una platea ampia: minorenni figli di persone indagate, imputate o condannate per reati di stampo mafioso o di narcotraffico; minori essi stessi coinvolti nella giustizia per gli stessi reati; giovani vittime di violenza da parte di organizzazioni criminali; giovani adulti fino ai 25 anni che vogliano allontanarsi da questi ambienti. E da ultimo i genitori che scelgano di farlo insieme ai figli. Il cuore della legge è la possibilità di costruire percorsi di allontanamento reale da questi contesti. Le misure di protezione personale prevedono, nei casi più gravi, il trasferimento in luoghi protetti e persino il cambio di generalità, sullo stesso modello già usato per i collaboratori di giustizia per proteggerli da minacce e ritorsioni.
Ma la parte forse più significativa, dal punto di vista sociale, riguarda il sostegno che accompagna chi decide di intraprendere questa strada: supporto psicologico, accesso all’istruzione, tutela del posto di lavoro, percorsi di formazione professionale, un assegno periodico, un alloggio, copertura delle spese sanitarie e di trasferimento, oltre a mutui agevolati e patrocinio legale gratuito anche per chi normalmente non ne avrebbe diritto in base al reddito. È un cambio di prospettiva importante: non si tratta solo di proteggere fisicamente una persona, ma di offrirle gli strumenti concreti per costruirsi una vita diversa da quella in cui è nata.
A gestire il procedimento sarà il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, che potrà attivarsi su richiesta o d’ufficio. L’attuazione delle misure coinvolgerà i servizi sociali per i minorenni, i servizi territoriali e, per i casi che richiedono il cambio d’identità, la stessa struttura del Ministero dell’Interno che segue i collaboratori di giustizia. Un comitato tecnico-scientifico, istituito presso il Dipartimento per la giustizia minorile, monitorerà l’applicazione della legge e ne riferirà ogni anno al Parlamento. Le misure di assistenza dureranno fino a due anni, prorogabili di un altro anno, e potranno essere modificate o revocate dal tribunale in base all’evoluzione della situazione.
Da Reggio Calabria alla legge nazionale
Il nome Liberi di scegliere non è casuale: è lo stesso con cui, nel 2012, nasceva a Reggio Calabria una prassi giudiziaria pionieristica, per volontà dell’allora presidente del locale tribunale per i minorenni, Roberto Di Bella. L’intuizione era semplice quanto rivoluzionaria: dopo aver processato per anni, negli stessi procedimenti, prima i padri e poi i figli per gli stessi reati di stampo mafioso, Di Bella comprese che l’appartenenza alla ‘ndrangheta non era una scelta ma un’eredità imposta, e che a quei ragazzi si potevano offrire percorsi di vita alternativi attraverso provvedimenti di limitazione della responsabilità genitoriale. Da quella prima esperienza è nato un protocollo d’intesa, esteso nel tempo ad altri distretti giudiziari – oggi attivo a Catania, Reggio Calabria, Napoli, Palermo, Catanzaro e Milano – che negli anni ha permesso di offrire un futuro diverso a circa 200 ragazzi e oltre 30 madri. La proposta di legge approvata dalla Camera trasforma ora questa buona pratica territoriale, nata dal basso nelle aule di un tribunale calabrese, in uno strumento normativo valido su tutto il territorio nazionale.
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