Curarsi in Italia ormai è un diritto che dipende dalle zone e dal reddito

5,8 milioni di italiani rinunciano a curarsi. Il report di Medici del mondo evidenza disuguaglianze sociali e territoriali.

Se c’è un ambito della società italiana che meglio di tutti riflette l’aumento delle disuguaglianze nel nostro Paese, probabilmente quell’ambito oggi è la sanità: 5,8 milioni di cittadini, ogni anno, rinunciano ad almeno una prestazione sanitaria importante per una questione di soldi. Perché non si possono permettere di curarsi. È uno dei dati più pesanti contenuti nel report “La misura della disuguaglianza. Crisi del Servizio sanitario nazionale e divari nell’accesso alla prevenzione e alle cure oncologiche in Italia”, che Medici del mondo ha presentato alla Camera dei deputati.

Anche se non si tratta di un dato del tutto nuovo (proviene dall’ultimo rapporto Istat), qui è usato per far esplodere una situazione in costante peggioramento, con marcature diverse a seconda della zona dell’Italia da cui si proviene: insomma, un vero e proprio rilevatore di una disuguaglianza sociale. Il documento, in particolare, usa l’oncologia come specchio per leggere le fragilità strutturali dell’intero sistema sanitario pubblico. Ed è uno specchio che riflette qualcosa di difficile da ignorare: il diritto alla salute, in Italia, dipende da dove vivi, da quanto guadagni, da quanto riesci a orientarti nel labirinto burocratico.

Curarsi in un sistema svuotato in vent’anni

La crisi del Servizio sanitario nazionale, spiega Medici del Mondo, non è un’emergenza recente. È, piuttosto, l’esito di un processo lungo oltre un ventennio, fatto di tagli progressivi, riforme incompiute e una domanda di cura sempre più dirottata verso il privato. Tra il 2010 e il 2019, alla sanità pubblica sono stati sottratti o non assegnati oltre 37 miliardi di euro rispetto ai livelli programmati. Il risultato è che la spesa sanitaria pubblica oggi vale il 6,3 per cento del Pil, sotto la media Ocse e sotto quella europea. E secondo le proiezioni della Legge di Bilancio, la percentuale rischia di scendere ancora, e fare diventare quella di curarsi una vera impresa per pochi.

Nel frattempo, il settore privato cresce: nel 2023, i principali gruppi sanitari privati in Italia hanno superato i 12 miliardi di euro di ricavi, con un aumento del 15,5 per cento rispetto al periodo pre-pandemia. Un dato che descrive bene il meccanismo: il pubblico si indebolisce, le liste d’attesa si allungano, e chi può se ne va. Ma i soldi per pagare il privato accreditato escono comunque dalle casse del sistema pubblico, sottraendo risorse agli investimenti strutturali.

Un circolo vizioso, come lo definisce il report, che non fa altro che amplificare le disuguaglianze: la spesa sanitaria diretta dei cittadini ha raggiunto i 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3 per cento della spesa sanitaria totale: in sostanza, chi può paga per curarsi di tasca propria, chi non può rinuncia. È una quota che da oltre dieci anni supera stabilmente il 15 per cento, la soglia che l’Organizzazione mondiale della sanità indica come limite oltre il quale universalità ed equità delle cure vengono messe a rischio.

Un Paese a due velocità

La cosa ancora più grave è che se i problemi del Ssn attraversano l’intero territorio nazionale, è nel divario tra nord e sud che si manifestano in modo più acuto. L’oncologia, presa in esame dal report, lo rende evidente in modo quasi crudele: in Italia, nel 2023, sono state stimate circa 395mila nuove diagnosi di tumore maligno, eppure non tutti i malati hanno le stesse possibilità di individuarlo in tempo, di essere curati velocemente, di accedere ai farmaci più innovativi.

L’adesione agli screening mammografici organizzati raggiunge il 63,2 per cento nel nord, mentre si ferma al 40,1 per cento al sud e nelle isole. Per lo screening del colon-retto, il divario è ancora più marcato: 46,8 per cento al nord contro il 21,1 per cento nel Mezzogiorno. La Calabria è il caso limite, dove appena il 22,1 per cento della popolazione aderisce agli screening mammografici organizzati e per il tumore al colon-retto, si scende a un misero 5,2 per cento.

Come spiega il dottor Michelino De Laurentiis, direttore del dipartimento di Senologia dell’ospedale Pascale di Napoli, “non si tratta solo di minore sensibilità o minore sensibilizzazione della popolazione, ma soprattutto di problemi organizzativi, come la carenza di personale, inviti discontinui e tempi di attesa troppo lunghi”. Le conseguenze si misurano anche in morti evitabili: la mortalità per tumore al sud si attesta a 8,4 decessi per 10mila abitanti, contro meno di 7,3 nel resto del Paese. Una differenza che si traduce in migliaia di vite ogni anno.

Storie di vita, non solo numeri

Ma siccome i pazienti non sono solo freddi numeri, ma carne e voce, ecco alcune testimonianze vive raccolte dal report. Come quella di Elisa, nome di fantasia, psicologa e psicoterapeuta, che ha vissuto un percorso oncologico nel 2022 in Veneto e che racconta cosa significa curarsi in uno dei sistemi sanitari regionali considerati più efficienti d’Italia: prima di iniziare la chemioterapia, Elisa ha dovuto affrontare il tema della preservazione della fertilità attraverso la procreazione medicalmente assistita. “Solo uno dei tre farmaci del protocollo è in classe A”, spiega, “quindi a carico del sistema sanitario. Ho dovuto pagare di tasca mia 640 euro. Questa è stata una forma molto forte di tossicità finanziaria”. E poi c’è la parrucca: le protesi capillari di qualità possono arrivare a 1.800 euro, ma la Regione Veneto offre un contributo massimo di 400 euro, prioritariamente alle persone con esenzione per reddito. Essere libera professionista con partita Iva ha reso impossibile ad Elisa accedere concretamente a quel rimborso.

Ma il racconto più amaro arriva dal follow-up, quel sistema di controlli che dovrebbe accompagnare il paziente oncologico per anni dopo la fine delle terapie. “Da settembre 2024 la Regione Veneto ha centralizzato il sistema di prenotazioni per i pazienti in follow-up”, racconta Elisa. “Sono al terzo anno. Da settembre 2024 sono ancora in attesa di essere chiamata per la TC e l’eco-mammografia che devo fare entro il 13 ottobre perché ho la visita a cui dovrò arrivare con gli esami refertati”. Se nessuno la chiamerà, dovrà pagare di tasca propria più di 600 euro, nonostante l’esenzione per patologia oncologica. “Qui non si tratta solo di me, ma di un sistema che non rispetta ciò che la scienza ci dice essere il tempo adatto alla cura”.

Chi opera nel sistema pubblico ne vede le contraddizioni dall’interno. Dario, medico dell’onco-ematologia veneta, descrive un meccanismo che definisce “l’aziendalizzazione del Ssn”. I fondi ci sono, dice, ma “sono gestiti in maniera inefficiente, senza una logica di priorità comprensibile”. I radiologi fuggono verso il privato, perché là guadagnano tre volte tanto. Gli ospedali pubblici si trovano così a dover pagare medici “a gettone”, mentre nello stesso tempo finanziano il privato con la convenzione. Dario parla anche di chi sparisce dal sistema prima ancora di ricevere una diagnosi: i pazienti con malattie mentali, i migranti, le persone detenute. “Non vuol dire che non si ammalano, ma che li perdiamo. Non riusciamo ad agganciarli ai servizi per fare le diagnosi”. Sono quelli che, quando arrivano, arrivano già tardi.

La prossimità salva vite

Ad Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria, il team di Medici del Mondo lavora da anni per abbattere le barriere che tengono lontane le persone più vulnerabili dalla prevenzione. Non solo le barriere economiche, ma anche quelle culturali ed emotive: la paura di ricevere una diagnosi, la sfiducia nei confronti del sistema sanitario, il senso di non appartenervi. Nel luglio 2025, grazie a questo lavoro “graduale e non giudicante” una donna di 61 anni che aveva sempre rifiutato qualsiasi screening ha partecipato per la prima volta a una sessione di diagnosi precoce del tumore della mammella. L’esame ha identificato un quadro clinico sospetto. L’ecografia ha rivelato masse bilaterali altamente sospette. Grazie all’intervento immediato del team e alla collaborazione con il servizio sanitario locale, in meno di due mesi sono stati completati tutti gli esami diagnostici, eseguito l’intervento chirurgico e terminato un ciclo di radioterapia, entrambi con esito positivo. Oggi quella donna è diventata promotrice dello screening nel suo quartiere. È un caso singolo che però dice qualcosa di essenziale: quando si abbattono le barriere giuste, con metodi giusti, anche le persone più distanti dal sistema possono essere raggiunte e curate.

“Il rischio è che si consolidi ulteriormente un sistema a doppia velocità”, avverte Mario Braga, vicepresidente di Medici del Mondo Italia: “Invece di investire strutturalmente sul rafforzamento del Ssn, si continua a compensarne le fragilità trasferendo risorse verso il sistema privato accreditato”.  La direttrice Elisa Visconti è ancora più diretta: “Se si trovano le risorse per aumentare altre voci strategiche di spesa, a partire da quelle militari, devono essere trovate anche quelle necessarie per garantire un Servizio sanitario nazionale realmente universale, accessibile ed efficace”.

Per avvicinarsi agli standard europei, l’economista Serenella Caravella di Svimez indica la strada: portare la spesa sanitaria dal 6,6 per cento al circa il 9 per cento del Pil. Una condizione necessaria per “arginare la deriva qualitativa in tutto il Paese e intraprendere un sentiero di riduzione delle disuguaglianze territoriali”. Nel frattempo, quei 5,8 milioni di italiani che nel 2024 hanno rinunciato a curarsi aspettano. Non una risposta astratta, ma una visita, un esame e un appuntamento che arrivi in tempo.

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