Nine Inch Nails – Pretty Hate Machina

In Pretty Hate Machina ci sono gli elementi che hanno reso grandi i Nine Inch Nails e che negli anni 90 hanno fatto di Reznor un’icona non solo del rock industriale, ma del rock tout court.

Pretty Hate Machina

Che cosa distingue capolavori dei Led Zeppelin o di Jimi Hendrix da altri dischi della loro epoca?

Molte cose, ovviamente. Uno di esse è il suono: i loro album suonano ancora attuali, quelli dei gruppi loro contemporanei sono irrimediabilmente legati alla loro epoca. Vale anche per le produzioni anni 80: il celebrato Pretty Hate Machine suona come un disco di vent’anni fa, e quindi datato.

Eppure, nonostante sconti la presenza di batterie programmate e
discutibili suoni di tastiera elettronica, l’album trascende sia la
scena synth pop e la sua leggerezza, sia il carattere ripetitivo e
la brutalità formale del rock industriale per svelare un
artista che in pezzi come Head Like A Hole o l’inquietante
Something I Can Never Have mostra la propria irriducibile,
brillante unicità.

Oggi l’esordio dei Nine Inch Nails viene rimasterizzato e
ristampato con una b side in più, lo stupro di Get Down Make
Love dei Queen, un indizio sulla varietà delle influenze
stilistiche dell’uomo. Nell’album originale c’era già tutto:
l’espressività dirompente di Trent Reznor, melodie pop tra
cui alcune clamorose, la fusione spiazzante di rock duro ed
elettronica, i testi melodrammatici e al contempo asciutti.

Sono gli elementi che hanno reso grandi i Nine Inch Nails e che
negli anni 90 hanno fatto di Reznor un’icona non solo del rock
industriale, ma del rock tout court. In futuro approfondirà
questi stessi temi, poetici e musicali. Qui mostra d’essere un uomo
in lotta, frustrato, confuso, schifato, senza identità. Un
uomo arrabbiato con Dio.

Claudio Todesco

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