Parente – La riproduzione dei fiori

Il sesto album da studio di Marco Parente: “La riproduzione dei fiori”.

Le ultime notizie discografiche di Marco Parente risalgono al
2006, quando la Mescal aveva dato alle stampe la seconda versione
di Neve ridens, cioè Neve ridens. Ora ritroviamo l’autore di
Eppur non basta grazie a un album di 11 tracce cantautorali, nelle
quali riconosciamo fin dalle prime note la sua impronta stilistica,
rimasta immutata negli anni: i cantati, lenti e lievemente
trascinati, si vanno a inserire tra le battute, trasformando le
composizioni colte in fiumi melodici verbosi in grado di fare
breccia nelle anime. La riproduzione dei fiori è concepito
come se fosse un vinile con due facciate corrispondenti a due mood
differenti, divisi dalla traccia 6, Bad Man, l’unica in
inglese.

Le canzoni sono essenziali, costruite attraverso la sola struttura
portante di basso, batteria, pianoforte e chitarra; pochi altri
strumenti (violino, theremin e vibrafono) trovano spazio nelle
architetture, ma lo fanno all’insegna della filosofia minimalista
che rifugge ogni orpello. I testi ci riportano brevi narrazioni
ammantate da simboli. Analizzandoli possiamo estrarre una sorta di
pensiero filosofico il cui punto focale si trova in Omino
patologico, nel quale si spiega l’importanza dell’atto
creativo-amore, fondamentale nella sua funzione di riscattare le
persone dalla condizione di “normalità”, che impone all’uomo
di essere un ingranaggio che non ha nulla a che fare con la natura
vivente alla quale invece appartiene.

Proprio in questo brano compare la voce di Alessandro Fiori
(Mariposa, Amore). Dare avere è l’epilogo del disco; qui il
protagonista comprende di non essere affatto un meccanismo vuoto,
ma un individuo che ha in sé una forza che lo guida, al pari
del resto del creato; può, quindi, prendere ritmi propri e
allargare gli orizzonti, cosa che lo porta finalmente a liberarsi
dalle costrizioni e respirare. Un capitolo a parte merita Sempre,
brano il cui testo nasce in una stanza di albergo quando Parente si
trova a Roma per la partecipazione a un progetto di Roberto
Angelini dedicato a Nick Drake. Il cantautore quella sera butta
nero su bianco alcuni pensieri che riguardano il folk-rocker
inglese, tramutandoli col tempo in un tributo vero e proprio.

Quando l’amico e collaboratore di Drake Robert Kirby viene a
dirigere un’orchestra a Firenze, il nostro gli legge lo scritto,
traducendoglielo, con lo scopo di condividere il forte sentimento
che lo lega all’artista suicida; l’arrangiatore, colpito
piacevolmente dall’omaggio, decide di partecipare attivamente
curando i suoni degli archi, opera che termina poco tempo prima
dell’intervento chirurgico che gli è fatale nell’ottobre
2009.

Elisa Orlandotti

Articoli correlati