Procurement sostenibile, perché conviene anche quando non è obbligatorio

Il procurement sostenibile non riguarda solo l’ambiente: aiuta a gestire i rischi e rendere più solide le filiere.

Gli acquisti pubblici valgono quasi il 15 per cento del prodotto interno lordo (pil) nell’Unione europea, dove il controvalore è di circa 2.500 miliardi di dollari all’anno. Sempre nell’Unione europea, circa il 30 per cento della spesa pubblica complessiva passa dagli appalti. Questo significa che le scelte di procurement orientano intere filiere, influenzano la competitività delle imprese e possono accelerare – o rallentare – transizioni come quella digitale o climatica. Tuttavia, nell’Unione europea il 55 per cento delle procedure di gara viene ancora aggiudicato esclusivamente al prezzo più basso, senza considerare qualità, impatti ambientali o sociali.

Procurement sostenibile, cosa dicono le normative in Italia ed Europa

Il quadro normativo esiste: la direttiva 2014/24/UE consente di includere criteri ambientali, sociali e innovativi sia nelle specifiche tecniche sia nei criteri di aggiudicazione delle gare, attraverso il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (Meat). Tuttavia, queste possibilità sono nella maggior parte dei casi facoltative. Va sottolineato che la Commissione europea ha avviato una revisione del quadro normativo sugli appalti pubblici, prevista per il 2026. In Italia, invece, i Criteri ambientali minimi (Cam) sono obbligatori per diverse categorie merceologiche e impongono standard ambientali lungo tutto il ciclo di vita del prodotto.

Se nel settore pubblico il procurement sostenibile entra soprattutto attraverso le normative, nel settore privato la spinta arriva da un’altra direzione: la gestione della supply chain. Negli ultimi anni, una serie di standard e regolazioni ha progressivamente spostato l’attenzione dalle operazioni dirette alle relazioni di fornitura, rendendo gli acquisti uno dei principali punti in cui si concentrano rischi e responsabilità. L’Unione europea va in questa direzione con la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) e la direttiva sulla due diligence (Csddd).

Perché, fuori dagli obblighi, il procurement sostenibile fatica a diffondersi

Il passaggio dalla teoria alla pratica, però, resta tutt’altro che lineare. Lo evidenzia il Sustainable Procurement Barometer 2024, un’indagine condotta su quasi 600 aziende acquirenti e oltre 1.000 fornitori, che mette in luce una serie di criticità ricorrenti. La prima riguarda la scarsa visibilità lungo la filiera: solo circa il 50 per cento delle imprese ha dati sulla sostenibilità di almeno metà dei fornitori di primo livello; andando oltre, la metà delle aziende ha visibilità su meno del 5 per cento dei fornitori di secondo livello.

Sempre secondo il Sustainable Procurement Barometer 2024, il 63 per cento delle imprese non incorpora i dati ambientali, sociali e di governance (Esg) nei sistemi di gestione del rischio e il 65 per cento non li utilizza nelle procedure di gara, mentre solo il 34 per cento li integra nella gestione strategica delle relazioni con i fornitori. Anche il coinvolgimento della filiera resta limitato: meno del 50 per cento dei programmi prevede audit o valutazioni strutturate e solo tra il 23 per cento e il 46 per cento attiva piani di miglioramento, programmi di riduzione delle emissioni o iniziative di innovazione.

La sostenibilità negli acquisti aiuta a gestire il rischio e creare valore

Il procurement sostenibile introduce un cambio di metodo. Le linee guida dell’Ocse propongono un approccio risk-based, che aiuta le aziende a identificare e gestire impatti reali e potenziali lungo operazioni, supply chain e relazioni commerciali. Un’azienda che acquista componenti elettronici da un unico fornitore asiatico può ottenere un prezzo più basso, ma esporsi a blocchi produttivi in caso di tensioni geopolitiche o interruzioni logistiche. Un’impresa che sceglie packaging più economico ma non riciclabile può trovarsi a dover sostenere costi aggiuntivi quando cambiano le normative o le richieste dei clienti. Oppure, un fornitore poco affidabile sulle consegne può generare ritardi che si traducono in fermo produzione o penali contrattuali, annullando il risparmio iniziale.

I dati mostrano che le informazioni su sostenibilità, tracciabilità o performance dei fornitori esistono, ma spesso non vengono usate nei sistemi di gara, nel risk management o nella gestione delle relazioni. In pratica, si prendono decisioni senza incorporare una parte rilevante delle informazioni disponibili. Nei programmi più avanzati, invece, il procurement cambia funzione: non è più solo negoziazione sul prezzo, ma presidio della continuità operativa. Ed è qui che si crea valore, perché si riducono le interruzioni, si evitano costi imprevisti e si costruiscono filiere più solide.

Questo approccio inizia a essere condiviso. Secondo Kpmg, il 66 per cento dei responsabili caquisti indica che requisiti Esg e pressione regolatoria stanno già influenzando le scelte di sourcing nei prossimi anni. Allo stesso tempo, però, il 91 per cento continua a indicare la riduzione dei costi come priorità principale e l’83 per cento segnala la crescente complessità delle catene di fornitura come un ostacolo. Nel report 2025 di IntegrityNext, basato su una survey di 105 professionisti, l’85 per cento dice di vedere già benefici tangibili dal sustainable procurement, tra cui mitigazione dei rischi, audit più fluidi, maggiore trasparenza e relazioni più forti con i fornitori; tant’è che l’82 per cento lo annovera tra le priorità.

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